Sono 10 giorni buoni che non riesco a togliere questo disco dal lettore in macchina. Sono affetto da febbre da drone.
Drone fever.
Una patologia che ti avvolge, ti intorpidisce, deforma vagamente il flusso mentale sul letto dei pensieri.
Tutto legale, anche se sono arrivato a pensare che se mi avessero fermato i carabinieri coi Telstar Sound Drone a cannone, magari qualche grana l'avrei passata. "Comedown" è il loro album uscito per la danese Bad Afro, già "casa" dei Baby Woodrose e di vari altri stonati nordeuropei.
I Telstar Sound Drone condensano una potentissima formula psichedelica, decisamente "rock" (ma quanto è vetusto questo termine?), introducendo una base di suono ripetuto, riverberato, ritardato, circolare, con un cantato vicino ad un delirante mantra. Meno velocità, più effetti, più pedali, come fosse un aumento progressivo della dose. Nei drones trovano l'estasi i popoli orientali e mediorientali, nel drone aggiornato e corretto si perdono le coscienze nel 2013.
"Comedown" è un viaggio primitivo nelle dilatazioni, nei loops e negli echi. Come un materiale a prevalenza minimalista, sottoposto ad un bagno 13th Floor Elevators, una zincatura Spacemen 3 e un lancio "spaziale" in stile Kraut. Istantanee e frammenti in slow motion di deserti, legami chimici, lavori all'esterno di sonde spaziali, vulcani in sobbollimento, centrali nucleari e landscapes lunari.
Tutto concentrato in 7 lunghe composizioni strutturate e stupefacenti.
Sicuramente una delle migliori uscite neo psichedeliche degli ultimi mesi. Davvero, provate ad ascoltarlo perchè vale.
domenica 14 luglio 2013
lunedì 1 luglio 2013
Ho sentito sti tipi che si chiamano Paris Angels
Ci sono suoni per i quali "fare click" è semplicissimo. I Paris Angels furono una formazione inglese di inizio anni 90, difficilmente inquadrabile. Non erano completamente votati alla chimica dance-rock di Happy Mondays e compagnia sballante, non erano così ortodossi come gli Stone Roses. Stavano giusto nel mezzo, e raccoglievano in maniera molto "ecstatica" certi umori provenienti dalla wave del decennio precedente. Furono una specie di brezza fresca in una scena molto calda. Il loro singolo più celebre si chiamava "Perfume", ed è incluso in ogni lsiting che si rispetti, in ambito primissimi anni 90.
Incisero un solo, bellissimo album, "Sundew" (1991), una specie di girandola con bracci colorati, fatta girare a folle velocità.Queste furono le indefinite e irripetibili tinte di Madchester.
I Paris Angels nel 1992 incisero anche un secondo album, dal titolo "Eclipse", che non vide mai la luce per una serie di non meglio precisati motivi.
E già da qui, avrete capito...
C'è qualcosa di rimasto lì.
Un nastro impolverato, che chissà cosa contiene.
Beh, innanzitutto un primo singolo pazzesco. Si chiama "Door To Summer", e verrà riportato alla luce dai tipi della Stereokill Recordings. Io ho avuto la fortuna di averne una copia promozionale, e questa roba suona come se fosse stata scritta ieri.
Sì, ma come suona? E' difficile da descrivere e facile da ascoltare. Pop, molto pop. Qualche retrogusto Style Council? Forse. Qualcosa di indie pop minore, tipo Railway Children? Sì, un pizzico. Una ritmica sostanziosa, ma comunque rilassata, un loop di flauto, delle backing vocals molto soulful, un riff di chitarra leggero, groovy, percussioni, fiati... una canzone che apre le porte all'estate, come le aprirebbe uno che a Manchester si becca pioggia tutto l'anno. Con una gioia onesta e autentica. A questo punto si fa davvero fatica ad aspettare l'uscita della ristampa di questa piccola gemma rimasta negli archivi. Chissà quanto di buono c'è ancora da scoprire. Nell'attesa della reissue di "Eclipse", "Door To Summer" è un piccolo manifesto, che vedrà la luce il 22 luglio su tutte le piattaforme digitali. Sorridi, sei ancora nel 1992!
When you press play, sometimes is so easy to immediately click.
Paris Angels were a band coming from Manchester area in the early 90s, their music was very hard to pigeonhole. They were not that dance rock like Happy Mondays, and they were not in a way traditional as the Stone Roses were. They were right in the middle, picking up even some wave elements in a very "ecstatic" way. They were like a fresh breeze in a steaming scene. Their most famous single was "Perfume", and it's included in almost every "genre listing" with a "indie/Madchester" direction.
They cut this beautiful debut album called "Sundew" back in 1991, which inhaled that unique Madchester flavour, mixing it with a strong band identity.
Paris Angels recorded a second album named "Eclipse" in 1992, but that recordings never saw the light.
You know how the story goes.
Something to be discovered finally comes out, maybe in the form of a dusty old tape.
With a brilliant opening single.
Believe me, this is really beautiful in the meaning of the word: "Door To Summer" will be released by Stereokill Recordings and I've been lucky enough to receive a promo copy from them.
How does it sound like? Hard to describe, simple to listen to. Pop, mostly. With some Style Council flavour? Maybe. Any obscure indie pop a la Railway Children? Yes, a bit. A dynamic rhythm pattern, a laid back feeling, a flute loop, soulful backing vocals, groovy guitar riff, brass, percussions... everything you need to open the door to the summer, after a soaked up year long in Manchester. This song is pure, joyful class.
It's hard to wait for the entire album to come out. Take "Door To Summer" as a manifesto and smile, it's 1992 again! Out on July 22, on all good digital outlets.
Incisero un solo, bellissimo album, "Sundew" (1991), una specie di girandola con bracci colorati, fatta girare a folle velocità.Queste furono le indefinite e irripetibili tinte di Madchester.
I Paris Angels nel 1992 incisero anche un secondo album, dal titolo "Eclipse", che non vide mai la luce per una serie di non meglio precisati motivi.
E già da qui, avrete capito...
C'è qualcosa di rimasto lì.
Un nastro impolverato, che chissà cosa contiene.
Beh, innanzitutto un primo singolo pazzesco. Si chiama "Door To Summer", e verrà riportato alla luce dai tipi della Stereokill Recordings. Io ho avuto la fortuna di averne una copia promozionale, e questa roba suona come se fosse stata scritta ieri.
Sì, ma come suona? E' difficile da descrivere e facile da ascoltare. Pop, molto pop. Qualche retrogusto Style Council? Forse. Qualcosa di indie pop minore, tipo Railway Children? Sì, un pizzico. Una ritmica sostanziosa, ma comunque rilassata, un loop di flauto, delle backing vocals molto soulful, un riff di chitarra leggero, groovy, percussioni, fiati... una canzone che apre le porte all'estate, come le aprirebbe uno che a Manchester si becca pioggia tutto l'anno. Con una gioia onesta e autentica. A questo punto si fa davvero fatica ad aspettare l'uscita della ristampa di questa piccola gemma rimasta negli archivi. Chissà quanto di buono c'è ancora da scoprire. Nell'attesa della reissue di "Eclipse", "Door To Summer" è un piccolo manifesto, che vedrà la luce il 22 luglio su tutte le piattaforme digitali. Sorridi, sei ancora nel 1992!
When you press play, sometimes is so easy to immediately click.
Paris Angels were a band coming from Manchester area in the early 90s, their music was very hard to pigeonhole. They were not that dance rock like Happy Mondays, and they were not in a way traditional as the Stone Roses were. They were right in the middle, picking up even some wave elements in a very "ecstatic" way. They were like a fresh breeze in a steaming scene. Their most famous single was "Perfume", and it's included in almost every "genre listing" with a "indie/Madchester" direction.
They cut this beautiful debut album called "Sundew" back in 1991, which inhaled that unique Madchester flavour, mixing it with a strong band identity.
Paris Angels recorded a second album named "Eclipse" in 1992, but that recordings never saw the light.
You know how the story goes.
Something to be discovered finally comes out, maybe in the form of a dusty old tape.
With a brilliant opening single.
Believe me, this is really beautiful in the meaning of the word: "Door To Summer" will be released by Stereokill Recordings and I've been lucky enough to receive a promo copy from them.
How does it sound like? Hard to describe, simple to listen to. Pop, mostly. With some Style Council flavour? Maybe. Any obscure indie pop a la Railway Children? Yes, a bit. A dynamic rhythm pattern, a laid back feeling, a flute loop, soulful backing vocals, groovy guitar riff, brass, percussions... everything you need to open the door to the summer, after a soaked up year long in Manchester. This song is pure, joyful class.
It's hard to wait for the entire album to come out. Take "Door To Summer" as a manifesto and smile, it's 1992 again! Out on July 22, on all good digital outlets.
martedì 4 giugno 2013
Ho sentito ste tipe che si chiamano Savages
Tante volte la curiosità per un disco o per un suono nasce da un presunto messaggio che il disco o il gruppo millanta di portare avanti.
C'è stata tutta la generazione della Summer Of Love, poi il Punk, che fece dell'assenza di messaggio il "metamessaggio", poi la menata dei cantautori impegnati, poi ci sono tutta una serie di personaggi che a quel messaggio stanno attaccati per tirare avanti (mi vengono in mente, senza ordine alcuno, gente come Rage Against The Machine, o 99 Posse per volare più basso sul rivouzionario a basso costo).
Ebbene, siamo nel 2013 e detto francamente dei messaggi ne abbiamo anche piene le palle.
Non che cercare di dare un senso alle cose abbia perso di senso, ma è ora di smetterla di fare i Bono della situazione, o di farsi scudo con un antifascismo che garantisce dreadlocks, canne e contributi SIAE. Oppure di subire grottesche maschere da concerto del primo maggio.
Il problema è sottile, e trovare un nemico sui generis è veramente l'ultima delle esche per far abboccare una folla di consunti "alternativi" fuori tempo massimo.
La linea tra buoni e cattivi è sempre più sfocata di questi tempi.
Il problema è molto più localizzato, perchè chi risponde al "messaggio" dei grandi (o piccoli) idoli rock è inesorabilmente condannato a rispondere a comando ad una serie di stimoli preconfezionati.
Quello che mi ha affascinato dall'inizio, per quanto riguarda le Savages, è il fatto che loro si autodefiniscano una post punk band di Londra. Niente voli pindarici. Questo è ciò che sono, e che suonano.
Sulla copertina del loro album "Silence Yourself" c'è una specie di monologo che invita a far silenzio, abbassando il brusio della vita, le tremila distrazioni che per un motivo o per l'altro tendono a distogliere l'attenzione da un pensiero. La radio, le auto, il messaggio sul telefono, internet, la musica diffusa in un centro commerciale, le voci sovrapposte come un robusto tessuto nei luoghi pubblici.
Tutto questo va a sfavore della concentrazione. Quand'è stata l'ultima volta che avete ascoltato un disco nel silenzio più totale della vostra casa? Quand'è che non l'avete fatto dalle casse di un pc, o su un mezzo pubblico con un lettore mp3, o in macchina? Io probabilmente dall'estate del 93...
Facebook, il telefono, il campanello, il frigorifero, l'alternarsi caotico di immagini, discorsi, urla, zapping e stronzate in TV... pensate a quanto sareste più solidi senza dover stressare i cinque sensi per rispondere a tutte le sollecitazioni.
Pensate a quanto sia tutto meno intenso se vissuto in superficie, prestando occhi e orecchie a tutto ciò che gira vorticosamente intorno.
Ho pensato per giorni a questa cosa:
che poi sarebbe il monologo sulla copertina del disco delle Savages.
"Tu sei distratto / Tu sei disponibile"
E poi mi sono messo ad ascoltarlo, questo album. Che è onesto come dire "we're a post punk band from London". Un citazionismo serio, austero, come se il tempo non fosse mai passato. E di fatto una lugubre liturgia new wave è, come sostengo da tempo, un perfetto metronomo a scandire ore del 2013.
Le Savages non regalano sorrisi, non sono particolarmente belle, e vivono di continui rimandi al mondo di Joy Division e Siouxsie. Alla fine "Silence Yourself" è proprio un mix di queste cose: ben fatto, compatto, angosciante, apocalittico.
Il fatto che siano una "all girl band", è secondario, e questo è già abbastanza. Non siamo di fronte all'ennesima riesumazione delle inutili e sguaiate Riot Girls, che innescano un brutto meccanismo di sessismo al contrario. Non sono brave perchè sono donne. Sono brave perchè dicono delle cose, indipendentemente dal contenuto tra le gambe.
E' facile cedere a "Silence Yourself", perchè picchia duro sui nervi, svapora con qualche nota di sax, contrae nuovamente le atmosfere con accenni addirittura heavy metal.
E' la miglior dimostrazione di come la musica possa far passare un messaggio senza cacciarlo giù per la gola. Propugnando il silenzio.
Più sei concentrato, più sei pericoloso. E' per quello che continuano a distrarti.
giovedì 9 maggio 2013
Ho sentito sti tipi che si chiamano Bo Ningen
Non nascondo di essere soggetto ad un certo "esotismo" degli ascolti. Mi fa cacare il concetto leccato e virtuoso di "jazz", così come non sopporto il concetto di "world music". Però non chiudo a prescindere le frontiere geografiche. Se il jazz è è John Coltrane, Sun Ra, o Archie Shepp, benvenuti. Se la world music è Fela Kuti, la Tropicalia, o le Ethiopiques, ok, ben vengano. Sarei rimasto un mostro di ignoranza se non avessi fatto qualche incursione nei nomi di cui sopra.
Ebbene, parliamo di estremo oriente.
Io, come già detto un paio di volte, arrivo sempre tardi. Già Julian Cope ebbe la lungimiranza di studiare e approfondire, col suo Japrocksampler. Ma Julian Cope è il druido.
Io sono uno che scrive software per mangiare e per comprare dischi, e tengo un blog che leggono quattro gatti. Però quando scopro qualcosa di nuovo, mi sento un pioniere, uno che approda in un posto mai visto e rimane completamente sbigottito. E credo che sia un modo giusto di approcciarsi. Non facciamo come quegli italiani che vanno in giro per il mondo e mangiano solo italiano, se mi passate il paragone musicale adattato al cibo.
Insomma, ho scoperto questa band che in Italia credo sia completamente sconosciuta. Non ho trovato nulla in rete a proposito. Loro si chiamano Bo Ningen, sono giapponesi, di stanza a Londra.
Strana storia la loro: molto giovani, si trasferiscono, ognuno in maniera indipendente, dalla terra dei samurai alla capitale del Regno Unito, per studiare.
Si incontrano, e formano una specie di piccola enclave nipponica. Forse lo stimolo della metropoli, forse chissà che cosa, insomma che decidono di formare un gruppo rock. Molto lontano dagli stereotipi che Londra offre ed ha offerto sinora. Niente cappelli borsalino, jeans stretti, giubbetti di pelle.
Strano albero quello dei Bo Ningen: le radici in Giappone, il fusto a Londra, i frutti nella Germania del krautrock.
Il loro secondo album (quello col quale li ho scoperti) si chiama "Line The Wall" ed esce per una microetichetta londinese chiamata Stolen Recordings, patria di artisti decisamente più hipster.
I Bo Ningen sono piuttosto ostici: prima di tutto c'è da rompere una grossa barriera, ovvero la lingua. Con una scelta piuttosto azzardata, scrivono e cantano pezzi in giapponese. Ai primi 5-6 ascolti sembra di ascoltare la sigla di Mazinga in salsa psichedelica. Confesso di aver passato qualche ascolto in macchina con la radio a cannone a pensare: ma che cazzo sto facendo?
Però è giunto il tempo di uccidere le certezze, come insegna il mondo di oggi.
Quindi sotto, ascolto su ascolto.
I'idioma giapponese non è consolante come il solito ripetersi di rime in inglese. E' invero piuttosto minaccioso, con una metrica iterativa, ipnotica, che ben si adatta alle costruzioni ritmiche e strumentali dell'album.
Tutto l'impasto fa un effetto allucinante, detto in senso non ironico: "Line The Wall" suona proprio come un'allucinazione, fatta di ripetizioni ossessive (un po' come fecero i Can di Damo Suzuki, guarda caso anche lui giapponese), strani intrecci di chitarre distorte, basso e batteria a inseguire ideogrammi ritmici indecifrabili. E queste linee vocali a volte trasformate in una specie di grido, che seguitano a sillabare nulla di comprensibile. L'album rimane sempre nel campo (molto) allargato della musica ascoltabile, ma offre sicuramente una prospettiva nuova, non trascurabile. Se è necessario attraversare un continente e mezzo per arrivare a questi suoni, vale sicuramente la pena.
Senza arrivare agli estremi di Zeni Geva (imperdibili dal vivo), Boredoms, Acid Mothers Temple e compagnia psicotica cantante, oppure all'utrapop di Pizzicato Five e 5678's i Bo Ningen offrono un buon compromesso. Sono assolutamente "alieni", anche se in qualche modo legati alla matrice "rock". Non sono eccessivamente "retromaniaci", e neppure troppo futuristi, rarefatti e senza senso. Diciamo che sono distopici. Come certi romanzi di fantascienza, in cui ti sembra sempre che qualcosa ti stia inseguendo nell'ombra. Molto bene.
domenica 28 aprile 2013
Ho sentito sti tipi che si chiamano The Soft Boys aka collezionare è una cosa seria.
Avete mai visto quei programmi imbarazzanti su DMAX o Real Time, quelli coi disperati che hanno la mania dell'accumulo? Ecco, musicalmente parlando sono murato vivo con blatte e casse di carabattole. Non so bene perchè, ho sempre meno tempo, ma in questo periodo ho un forsennato bisogno di fare pile di roba da ascoltare. Ho comprato almeno una ventina di titoli, ne avrò ascoltati sette, ma è come se ci fosse una guerra alle porte e io avessi bisogno di scatolette di tonno, pasta, acqua. A metà settimana dovrebbe arrivare l'ultima derrata. Poi ho un paio di titoli in preordine.
Poi smetto.
Si, vabeh.
Sabato ho fatto una puntata al mio negozio di fiducia. Ho avuto accesso ad una serie di scatole di CD usati, nel retro.
Ho trovato "Underwater Moonlight" dei Soft Boys. Uno degli avventori del negozio, mio conoscente nonchè persona di gusti sopraffini mi ha mostrato il pollice, magnificando la qualità della ristampa su Yep Rock. Lo cercavo, ma non in maniera compulsiva: l'ho trovato, ad un ottimo prezzo. E' stato destino.
Il disco, di per sè, è un piccolo capolavoro.
Robyn Hitchcock come Alfred Hitchcock, ma per la psichedelia.
Anno di grazia 1980.
Esattamente quello che hai voglia di ascoltare in un weekend lungo con un tempo incerto. La forza di questa band (e in parte anche quella di coevi come Echo And The Bunnymen) è l'approccio totalmente naif alla materia.
Questo è il vero "rock alternativo": non una costruzione perfetta che riproduca che ne so, i Pink Floyd di Syd Barrett o i Beatles di Sgt. Pepper dei 60s, ma una decontesualizzazione (il periodo del post punk) in cui si inseriscono pigmenti quasi casuali, suoni lisergici "sbagliati", fuori tempo massimo con gli originali e troppo in anticipo per i revival. Tutto questo rende "Underwater Moonlight" un disco fresco, sincero, autentico. Niente astuzie, solo urgenza e fortissima ispirazione.
Se non ce l'avete cercatelo, non fate i sofistici sui suoni e imparate a capire quanto sia particolare, bello, colorato, umorale, punk. Rendetevi conto dell'aggettivo "alternativo" nella vituperata formula "rock alternativo".
Dicevo, dev'essere proprio stata opera del destino.
Io ho una specie di deformazione autistica: quando compro un disco (sia esso CD o vinile), se esso porta uno sticker in copertina, io religiosamente ritaglio parte del cellophane dove l'adesivo è appiccicato, e lo conservo gelosamente nella busta interna. Tutte le volte che vedo qualcuno che apre con furia un disco e magari appallottola e getta il cellophane con sopra il bollino "features the hit single blablabla" oppure "the new album by pincopallo", soffro e un po' muoio dentro. Lo sticker è parte del prodotto. Gettare via i bollini è come depilare le sopracciglia...
Solitamente conservo anche i voucher per lo scaricamento delle versioni digitali, le cartoline, i cataloghi delle etichette distribuiti come materiale promozionale all'interno dei dischi.
Forse è ancora sindrome dell'accumulo.
Torniamo a noi: dopo l'acquisto arrivo a casa con la mia copia di "Underwater Moonlight" usata, in CD. La scarto dalla bustina protettiva messa dal negoziante, leggo tutto quello che c'è scritto, e guarda cosa ci trovo:
CD, busta, ritaglio del cellophane in copertina con adesivo, voucher per lo scaricamento del materiale extra.
E' stato destino.
Quello che mi chiedo è: "perchè gli hai voluto così bene, perchè l'hai venduto?".
Ad ogni modo, ora è in buone mani, con etichette e tutto. Io ho capito ogni tuo gesto.
mercoledì 10 aprile 2013
ho sentito sti tipi che si chiamano "psichedelia occulta italiana"
Sono tornato a scrivere, con un anno in più sul groppone. Periodo strano, cauterizzazione degli stimoli, poca motivazione, seria considerazione di lasciare alla storia il mio continuo mormorare su dischi e musica ignorata dai più. E' sempre difficile assecondare uno sforzo inversamente proporzionale ai risultati. Negli ultimi giorni ho però ricevuto un paio di attestati di stima che non mi aspettavo, e per un attimo ho sentito addosso un'importanza che francamente non ho.
Però mi ha fatto piacere sapere che i miei mormorii interessano a qualcuno, che qualcuno si aspetta una mia opinione.
Se uniamo a questo il fatto che sto ascoltando parecchia roba nuova, la somma fa "scrivo un altro post".
Allora, a sto giro parliamo della cosiddetta "psichedelia occulta italiana". Uno scenario relativamente nuovo, un manifestarsi di gruppi e dischi aleatori. Difficile (impossibile?) trovare materiale nei negozi, la distribuzione di questi suoni avviene tramite canali secondari, email, posta. Come se si prendesse il treno di internet, rimanendo però nascosti sotto ai sedili delle carrozze. E questo è solo positivo.
Dicevo, c'è tutto un sobbollire di gruppi, c'è una poderosa produzione discografica (prevalentemente in vinile), c'è un fermento lungo tutta la penisola.
Una notizia buona e una cattiva sulla "cosiddetta psichedelia occulta italiana" (e la chiameremo CPOI, per comodità).
Quella cattiva: tutto lo scenario attinge in qualche modo al passato, il morbo della retromania lascia qualche linea di febbre su tutte le produzioni. Sun Ra, La Monte Young, Magma, Psychic TV, Embryo, Ornette Coleman, il Krautrock tedesco dei 70s, Nusrat Fateh Ali Khan, Pauline Oliveros, Spacemen 3, Fela Kuti: molti dei gruppi appartenenti al movimento mostrano chiarissimi riferimenti agli artisti sopra citati, in un crogiolo etnico-sperimentale che non brilla certo per pionierismo.
Quella buona (che bilancia e porta in positivo quella cattiva): è un fenomeno nato e sviluppato in Italia. E', se vogliamo, una naturale espansione della cosmogonia prog italiana, tradizione che ha preso ispirazione dall'estero e ne ha superato i limiti.
Qui ovviamente non si parla di prog, ma le analogie storiche e temporali sono molte.
La nostra forza è la contraddizione: in Italia c'è la spinta verso le metropoli europee, ma c'è anche un risvolto pagano, un cromosoma mediterraneo che non si può camuffare. La nostra è ancora una cultura fertile, seppur sepolta a livello di superficie. A livello sotterraneo, forse anche grazie all'obbligatorio "downshifting" imposto dai tempi di crisi, c'è una bella tendenza a guardare nel proprio orto, magari allargando gli orizzonti a sud-est, dimenticando l'occidente avvelenato e in declino.
I gruppi appartenenti alla "CPOI" attingono a piene mani ad un immaginario transnazionale, dall'Africa alla mitteleuropa, attraverso quella lingua di terra che è il nostro confine geografico. E dipingono un'Italia magnetica, criptica, incarnata nella natura e nella sua simbologia.
L'estetica delle stesse band è spesso quella di celare, nascondere identità, disseminare l'apparato iconografico di simboli, e fare presa sull'antropologica curiosità di alcuni.
Oppure sul "brivido massonico" che pervade una frangia di hipsters con la fascinazione per l'occultismo, ma questo è un altro discorso, e tra pochi mesi sarà dimenticato.
Ebbene, in breve ho iniziato a procurarmi qualche uscita, e in pratica adesso mi ritrovo ad ascoltare musica totalmente free-form, dimenticando per un po' la canzone e tutto quello che ne consegue.
Mi sento abbastanza a mio agio, soddisfatto sia dalla cura degli oggetti (gli LP, i rari CD, e da ieri anche un fantastico 10" con copertina in alluminio rigido inciso, un bellissimo regalo) che dalla totale libertà del suono.
Senz'altro tra i migliori ci sono gli Squadra Omega, in un certo senso più legati al "rock" (anche se di rock c'è effettivamente poco), duri, precisi, visionari. Poi La Piramide di Sangue (in un certo senso affini alla Squadra Omega, seppur più orientaleggianti), le folli litanie drone degli Eternal Zio (!!!), la concezione afrocentrica propugnata da Al Doum & The Faryds e In Zaire, e l'impatto frontale di gente come i Cannibal Movie (che devo assolutamente approfondire). C'è anche molta altra materia, ma spesso rarefatta, troppo volatile, pretenziosa. Al momento questi nomi mi sembrano i più solidi. E sono anche quelli che mi sono procurato.
Sicuramente c'è altro di valido, ma non ho francamente troppo tempo per indagare.
Io, come sempre, arrivo in ritardo, e il mio consiglio è di prendere questa scena per i capelli ora, prima che sia troppo tardi, prima che il mercato (sarebbe meglio dire il suq) venga inondato da epigoni, da sovraesposizione, da hype. Il rischio c'è e in questi casi è come aprire il forno con la torta in cottura: tutto si sgonfia e diventa immangiabile.
Tuttavia questo è un segnale positivo, che lancia una speranza per il futuro del "costruire suono" in Italia. Al momento, attraverso etichette come la Black Sweat Records, la Boring Machines, la Macina Dischi, la Sound Of Cobra è possibile mettersi in casa oggetti di culto e suoni davvero avulsi dal concetto contemporaneo di musica.
La chiave potrebbe essere vedere l'Italia sotto una prospettiva diversa, invece di collocarla lamentosamente nel "terzo mondo musicale", è forse il caso di prendere coscienza della realtà e sfruttare questa dislocazione arretrata per riscoprire i nostri caratteri ancestrali, mescolandoli con immaginari musicali meno consueti.
Siate avanti, ascoltate avanti.
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domenica 17 febbraio 2013
Ho sentito sti tipi che se non me lo dicevi tu col cacchio che li ascoltavo.
Tornando a casa mi sono reso conto di quanto sono diventato "stupido", musicalmente parlando, a rincoglionirmi su internet a cercare qualcosa di buono da ascoltare, nel dorato isolamento del salotto wireless, piedi sul tavolino, con carta di credito e decine di siti e di outlet digitali davanti agli occhi.
Quante volte, dopo magari una giornata di merda, mi son detto: "stasera mi compro un bel disco nuovo e vaffanculo", e quante volte mi son trovato a chiudere il portatile con la bocca asciutta, i soldi ancora sulla carta e tremila siti e blog aperti nel browser. E nessun disco da aspettare nella cassetta delle lettere.
Ebbene, in qualche modo, stare a casa in pantofole ti fa diventare parte del clustering della rete: sanno chi sei, sanno cosa compri, e ti suggeriscono sempre le stesse cose. Mi piacciono gli Oasis? E allora tutti sotto a suggerirti Jake Bugg, o i Kasabian, o chissà chi altro. Ti piacciono i Chemical Brothers? E allora sotto con tutta l'ultima elettronica-dubstep-glitch sailcazzo...
Su facebook ognuno c'ha i suoi trip, e sulla bacheca girano sempre gli stessi video, dalla band garage ultraimpolverata all'ultima sensazione indie-pop, e spesso gli "amici" sono così mostruosamente prevedibili...
I siti internet parlano tutti degli stessi fenomeni, anche minuscoli, ma fenomeni. Ci sono Pitchfork, Rockit, Sentireascoltare, tutti molto informati e precisi (specialmente l'ultimo), ma tutti così intangibili.
Sembra che i generi, su internet, siano tutti destinati a convergere, alla facciazza della libertà di parola, della rete come mezzo ultrademocratico.
Come se andassi a pescare con una rete a maglie troppo larghe, che la butti per tutta la notte e al mattino la raccogli vuota.
Intanto, sulla barca di fianco magari succedono cose miracolose: ieri, al negozio di dischi, ho sentito almeno 10 nomi di band che non avevo mai sentito, che l'intelligenza della rete e dei cookies che costantemente monitorizzano la mia attività e i miei interessi non hanno mai avuto l'arguzia di propormi.
Ieri da W ho comprato il disco dei Breathless, che non li conosci se non sei veramente dentro a certe cose. Etichetta microscopica, disco uscito in sordina, ma grande qualità, e, soprattutto, centro pieno con "quello che ho voglia di sentire oggi".
Potrebbe sembrare il solito discorso da (quasi) quarantenne che non ha mai accettato fino in fondo il progresso, ma sarà capitato anche a voi, almeno una volta?
E' necessario frequentare gente vera, che i dischi se li compra, che gode se ha pescato il pesce giusto e s'incazza se ha pescato quello che sa di fango, e soprattutto si rende indipendente da quanto esce costantemente dalla rete, così fratturata ma così prevedibile. L'immagine dell'undeground prodotta dalla rete è ignorante, e l'output di uno strumento di marketing studiato per il mainstream e applicato ad un ambiente in cui non dovrebbe funzionare.
Un altro aspetto: e se io avessi anche voglia di cambiare, di tanto in tanto? Se fossi uno di quelli che ha preso il biglietto per i Blur ma che sto weekend ha voglia di ascoltare roba tipo i Death In June?
Non mi sento schizofrenico o ultra-hipster, ma a volte ste sfuriate mi vengono... altrimenti non avrei i Minor Threat insieme ai Baustelle nella mia collezione...
Al negozio, sicuramente c'è qualche disperato che ti capisce, che magari la settimana scorsa ha mandato affanculo i Pastels e si è comprato un disco dei Doom e degli Extreme Noise Terror.
E poi... scartabellando tra la scatola delle novità, non mi succedeva da tempo di pensare "cazzo questi li devo sentire". Credetemi, non voglio fare lo snob, magari poi di tutto sto carrozzone torno a casa con un prevedibilissimo disco dei Buffalo Springfield, ma, ancora una volta, il fattore umano è indispensabile.
E' una piccola cosa, ma vedere come funziona un sabato pomeriggio nel negozio di dischi giusto è ancora vedere come possono circolare libere le informazioni, come sotto la crosta di ghiaccio della crisi ci sia ancora un mondo che non si arrende, e da anni continua a cercare, ad ascoltare e a scambiare.
E' ora di finirla di comprare dischi di merda dopo aver sentito due pezzi scoreggiati dalle casse del pc.
E tutto questo lo scrivo su internet.
Che contraddizione.
Ma io in un equilibrio ci credo ancora.
E tutto questo lo scrivo su internet.
Che contraddizione.
Ma io in un equilibrio ci credo ancora.
lunedì 4 febbraio 2013
Ho sentito sti tipi che si chiamano La Fury
La cosa migliore è quando un gruppo ti fa venir voglia di ascoltare un genere (o un non genere) decisamente fuori dalle tue corde.
In passato ho trascorso anche io le mie giornate a sfondare i dischi di Kyuss, Sleep, Monster Magnet e roba così. Giorni lontani, ricordi neanche troppo belli di tutto quello che ci stava intorno, e conseguente abbandono di quel tipo di sonorità.
Poi qualche breve flashback, magari non proprio "a fuoco", tipo quando uscirono i Mars Volta, ma non posso certo dire di avere decine di dischi "stoner related" nella mia collezione.
E forse è proprio per questo che apprezzo il lavoro dei La Fury: italianissimi, quasi vicini di casa, come gli Ziz.
Il loro è un suono molto contaminato: ci sono le chitarre macignose, alla Josh Homme, coi riff circolari e pestoni, ma sono immerse in un contesto meno prevedibile.
Ormai ad ascoltare un disco dei QOTSA sai già quasi dove ci sarà il cambio di tempo, dove si spalmerà l'ennesima filastrocca drogata di Homme.
Il bello dei La Fury è che prendono parte dell'impianto "duro", ma ci ricamano sopra con una grande personalità. Si vede che "ci stanno dietro" con impegno e passione. Se contiamo che il promo che mi hanno passato è stato registrato in presa diretta, beh, non si può dire certo che siano novellini con un'infatuazione momentanea...
Le composizioni dicevo sono molto articolate, nonostante i numerosi cambi di tempo e di atmosfera c'è sempre un impasto melodico che non annoia, e permette di "tenere il segno" senza perdere attenzione. Sono precisi, a tempissimo, spietati sui riff e nitidi sulle aperture. Le chitarre sono spedite, compatte, si intrecciano in modo prezioso ma non pretenzioso. La voce è il tocco finale per un gruppo che sembra avere già una personalità spiccata: non lontana dalla timbrica alla Alice In Chains e capace di variazioni vicine all'hardcore, aderisce sempre ad una personalissima sobrietà.
Il suono dei La Fury, pur essendo sfaccettato e rumoroso, si discosta totalmente da certi ascolti che un appassionato di stoner molto spesso si autoinfligge.
C'è qualcosa che che ti spinge a premere ancora "play", perchè nei La Fury trovi volume, ma anche spezzature e melodie.
I ritorni dagli episodi più veloci sono sempre appassionanti, diluiti da chitarre quasi pulite, e i cambi di paesaggio sonoro sono ben dosati, mai fini a se stessi.
Forse farò rabbrividire i ragazzi con queste parole, ma i La Fury, pur essendo molto "duri", hanno un cromosoma "pop": niente di commerciale, niente di prevedibile, però c'è qualcosa che ti si piazza in testa, i pezzi hanno un filo, in mezzo ad una struttura tutt'altro che semplice.
E' un po' difficile da spiegare, ma quello che voglio dire lo si capisce ascoltando le canzoni. Fatevi un giro sulla loro pagina facebook o su reverbnation (http://www.reverbnation.com/lafury), e sarà tutto più chiaro. La musica buona deve ricominciare ad arrivare dal basso: i La Fury hanno radici solide e sono pronti a rompere il terreno desertico così caro al loro immaginario.
Il suono dei La Fury, pur essendo sfaccettato e rumoroso, si discosta totalmente da certi ascolti che un appassionato di stoner molto spesso si autoinfligge.
C'è qualcosa che che ti spinge a premere ancora "play", perchè nei La Fury trovi volume, ma anche spezzature e melodie.
I ritorni dagli episodi più veloci sono sempre appassionanti, diluiti da chitarre quasi pulite, e i cambi di paesaggio sonoro sono ben dosati, mai fini a se stessi.
Forse farò rabbrividire i ragazzi con queste parole, ma i La Fury, pur essendo molto "duri", hanno un cromosoma "pop": niente di commerciale, niente di prevedibile, però c'è qualcosa che ti si piazza in testa, i pezzi hanno un filo, in mezzo ad una struttura tutt'altro che semplice.
E' un po' difficile da spiegare, ma quello che voglio dire lo si capisce ascoltando le canzoni. Fatevi un giro sulla loro pagina facebook o su reverbnation (http://www.reverbnation.com/lafury), e sarà tutto più chiaro. La musica buona deve ricominciare ad arrivare dal basso: i La Fury hanno radici solide e sono pronti a rompere il terreno desertico così caro al loro immaginario.
mercoledì 16 gennaio 2013
Ho sentito sti tipi che si chiamano Ziz
Ziz. Un mostro alato della mitologia ebraica, pare. Ma anche una nebulosa formazione di sballoni proveniente dalla provincia più profonda, quel non luogo dove non succede un cazzo, ci sono solo nebbia d'inverno, zanzare d'estate e birrerie di fortuna in cui finire stanche e noiose serate.
Gli Ziz più o meno arrivano da qui.
E quel che fanno, gioco forza, guarda lontano. Non in termini di chilometri, ma in termini dimensionali. Tanto da non vedere più la nebbia e non sentire più le punture delle zanzare.
Gli Ziz hanno scelto come forma di espressione un mixup tra stoner, elettronica, e krautrock. Un marasma sonoro che appanna la vista e fa gonfiare i bulbi oculari.
In maniera del tutto "naturale" e "agreste"... come fecero i primi Motorpsycho, che pur provenivano da un ambiente naturale sicuramente più suggestivo.
I provinciali fanno tremare il pavimento, e lo fanno per il gusto di farlo. E senza fare troppo clamore.
Non ci sono foto patinate, video professionali che sembrano girati in super8 con le più moderne tecnologie, c'è un EP bello secco di cinque pezzi, vero, materiale, tangibile. Come una volta. E con un bellissimo artwork, oltretutto.
Quest'anno tutti strippano per i Goat, per gli Spacemen 3 e per lo shoegaze.
Gli Ziz dicono la loro, tra vocoder cosmici, chitarrone pesanti, minestroni psichedelici e zaffate stoner.
Conosco personalmente due di loro, e posso dire che il loro è un lavoro di onestà verso tutto ciò che li ha sempre rappresentati: non li ho mai visti calati in altre realtà, o rigiocati in altri ambienti. Loro sono proprio sotto con la psichedelia, nel senso più ampio possibile.
Secondo me questa è una delle prime belle novità del 2013, e il disco l'ha pure registrato un mio amico, qui dietro l'angolo, facendo un gran lavoro di artigianato sonoro.
La diffusione carbonara e l'assenza di copie digitali volatili fanno di "Ever" (questo il titolo dell'EP molto esteso) un oggetto misterioso da cercare e possedere, un "segno del comando" che apre le porte di mondi sulfurei o galattici, a seconda di come sale il trip.
Per averlo mandate una mail, vecchio stile, a zizever@gmail.com.
Per saperne qualcosa di più sulla band (ma non molto, per quello c'è l'ascolto): http://www.facebook.com/zizedelic?ref=ts&fref=ts
Per saperne qualcosa in più sullo studio di registrazione:
http://www.facebook.com/casematerecordingstudio?ref=ts&fref=ts
Io il primo EP degli Ziz me lo sono preso. Fate girare la voce. Magari al contrario.
Gli Ziz più o meno arrivano da qui.
E quel che fanno, gioco forza, guarda lontano. Non in termini di chilometri, ma in termini dimensionali. Tanto da non vedere più la nebbia e non sentire più le punture delle zanzare.
Gli Ziz hanno scelto come forma di espressione un mixup tra stoner, elettronica, e krautrock. Un marasma sonoro che appanna la vista e fa gonfiare i bulbi oculari.
In maniera del tutto "naturale" e "agreste"... come fecero i primi Motorpsycho, che pur provenivano da un ambiente naturale sicuramente più suggestivo.
I provinciali fanno tremare il pavimento, e lo fanno per il gusto di farlo. E senza fare troppo clamore.
Non ci sono foto patinate, video professionali che sembrano girati in super8 con le più moderne tecnologie, c'è un EP bello secco di cinque pezzi, vero, materiale, tangibile. Come una volta. E con un bellissimo artwork, oltretutto.
Quest'anno tutti strippano per i Goat, per gli Spacemen 3 e per lo shoegaze.
Gli Ziz dicono la loro, tra vocoder cosmici, chitarrone pesanti, minestroni psichedelici e zaffate stoner.
Conosco personalmente due di loro, e posso dire che il loro è un lavoro di onestà verso tutto ciò che li ha sempre rappresentati: non li ho mai visti calati in altre realtà, o rigiocati in altri ambienti. Loro sono proprio sotto con la psichedelia, nel senso più ampio possibile.
Secondo me questa è una delle prime belle novità del 2013, e il disco l'ha pure registrato un mio amico, qui dietro l'angolo, facendo un gran lavoro di artigianato sonoro.
La diffusione carbonara e l'assenza di copie digitali volatili fanno di "Ever" (questo il titolo dell'EP molto esteso) un oggetto misterioso da cercare e possedere, un "segno del comando" che apre le porte di mondi sulfurei o galattici, a seconda di come sale il trip.
Per averlo mandate una mail, vecchio stile, a zizever@gmail.com.
Per saperne qualcosa di più sulla band (ma non molto, per quello c'è l'ascolto): http://www.facebook.com/zizedelic?ref=ts&fref=ts
Per saperne qualcosa in più sullo studio di registrazione:
http://www.facebook.com/casematerecordingstudio?ref=ts&fref=ts
Io il primo EP degli Ziz me lo sono preso. Fate girare la voce. Magari al contrario.
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venerdì 11 gennaio 2013
Well known pleasures: in search of Joy Division iconography at Staglieno Monumental Cemetery, Genoa
Dunque, domenica scorsa sono stato a visitare il Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova.
Forse non tutti sanno che le statue sulle copertine di "Closer" e dell'EP "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division si trovano proprio lì, a Staglieno. Non credo che sia particolarmente elegante fare foto in un cimitero, ma a Staglieno la questione è diversa. Le statue sembrano quasi chiedere di essere fotografate, sono soggetti solenni con luci perfette.
Su questo argomento ho scritto un articolo, che è finito sul sito inglese Louder Than War.
Lì c'è tutto lo spiegone http://louderthanwar.com/in-search-of-where-joy-division-cover-art-came-from/
e qui ci sono le foto che i miei amici ed io ci siamo portati a casa.
Grazie a Irma, Georgia e Federico per avermi permesso la pubblicazione dei loro scatti.
Forse non tutti sanno che le statue sulle copertine di "Closer" e dell'EP "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division si trovano proprio lì, a Staglieno. Non credo che sia particolarmente elegante fare foto in un cimitero, ma a Staglieno la questione è diversa. Le statue sembrano quasi chiedere di essere fotografate, sono soggetti solenni con luci perfette.
Su questo argomento ho scritto un articolo, che è finito sul sito inglese Louder Than War.
Lì c'è tutto lo spiegone http://louderthanwar.com/in-search-of-where-joy-division-cover-art-came-from/
e qui ci sono le foto che i miei amici ed io ci siamo portati a casa.
Grazie a Irma, Georgia e Federico per avermi permesso la pubblicazione dei loro scatti.
sabato 29 dicembre 2012
Ho sentito sti tipi in giro nel 2012
2012: anno atipico, bilancio negativo, sfido chiunque a dire che non sia stato un anno di merda. In un certo senso i Maya hanno avuto ragione: per il sottoscritto è stato un anno di grandissimi cambiamenti. Ho cambiato casa, ho perso una persona cara, sono stato dall'altra parte del mondo, ho tremato e gioito per il il lavoro, la vita di tutti i giorni e altre mille cazzate. Ho qualche capello bianco in più, e ho cambiato di molto la prospettiva su molti aspetti delle cose...
Musicalmente parlando, è stato un anno traballante: al suono pompato dal mio stereo spesso si è sovrapposto il rumore del trapano, il brusio dei magazzini del fai da te, il fruscio delle carte, il ticchettio dei tasti del computer o il silenzio di un ospedale.
Non so bene che direzione abbiano preso i miei ascolti, e infatti non ho una playlist "tradizionale", nel senso letterale del termine.
Non ho ancora trasferito tutta la mia collezione nella casa nuova, ho continuato comunque a comprare e cercare roba nuova.
Forse le soddisfazioni più grandi me le ha date la musica dal vivo, e questo è positivo. In quest'anno mi sono goduto l'eccitazione e l'attesa di eventi che non avrei mai sperato potessero avverarsi. Nel 2012 ho visto per la prima volta Morrissey, ho visto gli Stone Roses, ho stretto la mano a Mick Jones, ho visto Tricky, gli Spiritualized, e direi che a livello emotivo siamo a posto. A livello umano anche, perchè in tutte le occasioni sono stato insieme a persone che hanno reso l'attesa e l'esperienza degna di essere vissuta.
Sulla musica "registrata" ho avuto qualche sorpresa: niente nomi altisonanti, niente milioni di copie vendute. La maggior parte dei bei dischi che ho fatto passare quest'anno sono ancora "artigianali", parola che per me sostituisce senza bisogno di rinforzi la parola "indie".
Il primo discone è arrivato da un amico, che l'ha prodotto: si tratta di "Sin And Lostness" dei Lost Rivers, su etichetta Northern Star Records. Una legnata, una specie di macro-incubo di rumore che esce dalla dimensione onirica e si incarna sulle strade umide e nebbiose che ogni mattina mi portano in ufficio. Le povere casse della mia Micra 1.2 hanno visto uscire un mostro a metà tra Joy Division, Jesus & Mary Chain, Sonic Youth, Spacemen 3... insomma... capito, no?
Poi ho fatto girare l'album di Mark Stewart (ex Pop Group), "The Politics Of Envy": un disco totalmente "meticcio", fatto di elettronica, wave, dance, reggae... un'uscita che sembra partorita in un fabbricone abbandonato, nel cui sotterraneo si distilla dubstep e industrial, sotto la frusta di un sardonico "padrone". Ci sono in mezzo Bobby Gillespie, Lee Scratch Perry, Daddy G dei Massive, Keith Levene dei PIL... un bel quadrello in mezzo ad una vetrina di un negozio di lusso...
Non è che qui piova sempre, eh... il sole lo riportano i Dot Dash, formazione americana in cui si mescola il meglio dell'underground di Washigton DC: un disco pop vero, un piccolo capolavoro che magari rimarrà nell'anonimato, ma non per me. "Winter Garden Light" è esattamente quello che cercavo, ovvero un grande ritorno alla melodia, sostenuto da chitarre e riverberi anglofoni, soggetto a cambiamenti d'umore e di atmosfera.
Non so se sia del 2012, ma ho anche sfondato il CD antologico degli Underworld, tra i miei preferiti di sempre in campo dance/elettronica. Se una città potesse suonare, farebbe il rumore degli Underworld. Dalla provincia piemontese fino all'estremo oriente, il cemento e il traffico si muovono al ritmo di "Scribble", "Dark Train", "Two Months Off", "Moaner".
Quando ho avuto bisogno di calma, sono arrivati Danny Mahon e Andy Whitaker, tutti e due dalla piovosa Manchester. Il primo, giovane e ribelle, il secondo più anziano e maturo. Tutti e due a dire qualcosa con la loro strumentazione acustica, per scalare la marcia e godersi il tempo che, ahimè, passa veloce.
E il ritorno dei Madness, con il disco pop migliore dell'anno: Oui Oui Si Si Ja Ja Da Da. La speranza alla quale ti aggrappi quando esci per le strade della tua cittadina e quello che vorresti è solo un pub (che non esiste) e una manciata di amici.
Poi Lee e i suoi Death Threat Cassette, frustrazione su registratore 8 tracce, alla maniera della migliore Sub Pop... un disco "incazzato" e perfetto nelle sue sbavature.
All'ultimo momento mi hanno pure regalato l'album degli XX, "Coexist", che sta girando in questo momento... decisamente buono... son tempi di crisi e loro tagliano il superfluo, lasciando solo l'essenziale e restando comunque ammalianti e raffinati.
Poi, inaspettatamente, tanta roba italiana. Che sia la volta buona? Quest'anno ho consumato l'LP dei Be Forest (sulla propaggine post-gaze della penisola), Mushy (uno degli ultimi acquisti), i sempre validi Soviet Soviet (che finalmente ho visto dal vivo), i mastodontici Ufomammut, i Giuda (che ormai hanno scavallato anche oltremanica), ma anche realtà che sollevano la testa dall'acqua alta di queste zone paludose, prendendo grossi respiri. Tre nomi su tutti: Temponauts (con un disco in uscita semplicemente PERFETTO), Allan Glass e i potentissimi paladini dell'hardcore vecchio stile che rispondono al nome di Collateral Damage...
A proposito di hc italiano... insieme ai "soliti noti" qui in città ho avuto la fortuna di conoscere e chiacchierare con Zazzo dei Negazione (e il libro + CD "Il Giorno Del Sole" su Shake va di diritto nella mia playlist di fine anno), in una "giornata perfetta" che sarebbe piaciuta a Lou Reed...
Beh, credo che ora come ora sia tutto, più o meno tutto è stato compresso e sistemato a dovere. Ovviamente accanto a queste "novità" ci sono stati sempre i miei ascolti "materasso", che bene o male continuano a girare: reggae, dub, soul, Joy Division, Happy Mondays, Specials, insapettatamente uno svarione per i Death In June, ma anche le grandi certezze di sempre, che lo sapete quali sono.
Cosa si aspettano le mie orecchie nel 2013? Non si può sapere. Per certo posso dire che, di qualunque cosa si tratti, sarà qualcosa che come sempre aiuterà a vivere meglio.
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lunedì 17 dicembre 2012
Ho sentito sto tipo che si chiama Andy Whitaker
This will be my first post entirely written in English. Well, I don't want to seem posh or whatever, I simply decided for this option since I got more and more feedback from abroad than from Italy. So, hope you won't mind... anyway, I'm keeping the exotic Italian title just to add a bit of extra fashion to it... joking...
As I was saying a few days ago, internet is totally unuseful for some kind of issues... I did not came through this interesting new release from facebook, or from some hipster webzine, but by word of mouth, which works better than anything in some cases. My pusherman Simon introduced me to the work of Andy Whitaker, formerly The Sun And The Moon, Music For Aborigines and Weaveworld. But I don't want to talk about that too much, because I don't want to prepare your ears to what's coming next.
Well, acoustic stuff is not the usual genre I use to groove to in this period.
But when something special comes in store, a interest comes back in a natural way.
"Things that happened on earth" is not that typical Nick Drake thing you expect from an acoustic, folksy album. This is intriguing. And that's a great point.
Andy's voice lays over some beautifully crafted musical parts, throwing a dark shadow and pushing a strange mood in.
It's not easy to to explain, I'll say you get something similar to that restless feeling you get when you listen to "Forever Changes" by Love.
Yes, there are hints of Scott Walker and Lee Hazlewood as well, but this album ranges from clear, bright ballads to more experimental tracks, and everything shows a wide range of feelings, the same mixed feelings you get when you live a real life.
Some laid back moments, like the beautiful Stars, goes along with darker explorations ("Sermon on the mount", "Primordial soup"), and the album keeps on going without weak points, oscillating from calming moments to humoral passages.
The musical parts on the album are brilliant: soundscapes are elegantly presented, arrangements are finely crafted, guitars, pianos, and a few electronic tricks perfectly fit as an enviroment for Andy's songs and stories.
It's a very "adult", ethereal, mature album, just loosely connected with any genre cliché.
Since I got the promo copy I kept on listening to it as a soothing experience, while the crisis goes on and people keep on going mad outside.
Despite of its gentle sounds, this is not a "quiet" album though: it keeps a dark thread weaving through the tracks, adding a sort of magical, magnetic aspect. Like a shell hiding a bittersweet secret.
Do yourself a favour, get yourself a copy of this beautiful piece of music here: http://www.wanderlandmusic.com/andy-whitaker/
Don't stop the word of mouth.
mercoledì 12 dicembre 2012
Internet non serve a un cazzo
Sono arrivato a congetturare questo dato di fatto. E' un periodo veloce, intenso, che mette alla prova quello che porta alle feste natalizie. E fin qui, siamo tutti d'accordo.
Nel cercare un po' di sollievo da lavoro e vita varia, ho deciso di sgrassare un po', facendo ciò che più mi piace, e, talvolta, meglio mi riesce: comprare dischi.
Dopo aver effettuato qualche acquisto destinato a diventare un regalo, ho avanzato sulla prepagata circa 18 euro, ed ho deciso di devolverli a me stesso.
Ho voglia di comprarmi un bel disco nuovo.
Ed è da domenica sera che impiego circa 30 minuti al giorno nella ricerca spasmodica e disperata di qualcosa da comprare e ascoltare: ristampe, dischi nuovi, italiani, stranieri, cd, vinili e chi più ne ha più ne metta.
E via a cercare tutti i reader's poll di fine anno sulle riviste che contano, confesso di essere finito anche su Pitchfork, su Vice (che comunque è veramente il regno della fuffa dietro ai mobili) e su svariate riviste online piuttosto "hipster".
Devo spendere quei cazzo di 18 euro.
E' tutto di moda, è tutto fuori moda. E' tutto già passato sotto le mano di recensori (magari poco più che maggiorenni) e tutto è stato promosso o ghigliottinato dai giudizi così ipercinici della rete. Ho cercato decine di nomi, soundcloud, facebook, reverbnation e compagnia suonante, magari facendomi abbindolare da aggettivi originali, oppure da nuove sensazioni che mettono d'accordo tutti.
Io sono arrivato ultimo, e mi son messo ad ascoltare con la voglia di portare a casa qualcosa di buono per le giornate (speriamo) di ferie.
Tutti i dischi che ho provato ad ascoltare sono a portata di click, con spese di spedizione gratis o se spendo 20euro mi portano a casa un bancale di roba, il giorno dopo.
Io c'ho provato, immaginandomi in redazioni high tech in cui i cervelloni della critica musicale online intrecciano le maglie della musica del futuro, o del passato, dei dischi che tra vent'anni saranno classici. Tante, tantissime parole e chilogrammi di barbe e baffi, occhiali con la montatura spessa, collezioni stipate in iPod da tremila giga, vernissage e design, comunicazione, nuovi media, indie, defilè e American Apparel.
Ma non ho trovato un cazzo, e ho ancora 18 euro sulla carta di credito.
Vorrei solo qualcuno che mi desse un consiglio, sincero, spassionato, tre parole da uno che ti conosce e ti consiglia un disco figo, spiegandoti pure il perchè.
Io ce l'ho messa tutta, ma Internet non serve a un cazzo.
martedì 4 dicembre 2012
Ho sentito sti tipi che si chiamano Death Threat Cassette
Più passa il tempo più mi rendo conto di una cosa, e non solo nell'ambito musicale. La "comunicazione" intesa in senso lato, il marketing, l'immagine, la presenza sul web devono esplodere, lasciando cadere l'enorme fallout di fuffa che hanno accumulato in questi anni. Che vadano sulla forca la presenza su facebook, la pubblicità mirata, le belle foto e tutto il resto. A me le novità più buone le passano sempre gli amici, le persone che se ne battono di tutto il carrozzone madiatico, concentrandosi sulla musica, sia essa quella di un demo registrato in cantina o di un disco di platino. Simon, un ascoltatore vero, uno di quelli di cui ti puoi fidare, mi passa un nome: Death Threat Cassette. Mi dice che gli hanno fatto venir voglia di ascoltarli ancora, di scriverci su, di far loro un po' di pubblicità. Ed eccomi qua a parlare di loro, finito "sotto" nel giro di tre brani, già a sperare di mettere le mani sull'album il prima possibile. Death Threat Cassette: una cassetta con minacce di morte, un duo a bassa fedeltà dal Nord Est britannico, pop, elettronico, formato camera da letto. Grandi melodie, chitarre incasinate, tastiere, rumori, batterie elettroniche, grandi hooks, intuizioni geniali, urgenza pop, ma anche malessere suburbano, scazzo e sana voglia di turpiloquio. Tante le atmosfere, una sola via di fuga, rappresentata dalla forma canzone, intrisa di indolente spleen di inizio millennio. Hanno un bel nome, suonano da Dio. Si chiamano Death Threat Cassette e ve li potete godere qui http://www.reverbnation.com/deaththreatcassette/. Il loro album si chiama "Lo-Fi Or Die". Capito?
venerdì 16 novembre 2012
Ho sentito sti tipi che si chiamano Temponauts
Voi lo sapete cos'è una white label? Nel millennio scorso le white labels erano stampe di prova, fatte su vinile, di dischi prossimi all'uscita. Credo che nell'ambito della musica elettronica, quella da dj, le facciano ancora. Servivano per provare una canzone, per vedere come funziona sottoposta all'attenzione della gente. White label perchè quei dischi non avevano il centrino normale, ma un'etichetta bianca con su scritto artista e titolo a pennarello. "Columbia" degli Oasis uscì come white label e oggi i collezionisti uccidono per averne una copia...
Anche io oggi ho in mano una white label. Perchè non c'è più il tipo dei test pressing che me l'ha regalata, ma me l'hanno fatta avere i Temponauts, che hanno appena messo insieme le tracce del loro secondo LP.
Tutte le volte che mi arriva qualcosa di nuovo da loro so che è qualcosa di speciale.
Sono amici, ma anche con gli amici, musicalmente parlando, sono abbastanza una merda.
Con loro però la faccenda è diversa. Sarà una questione di gusti comuni, di età (più o meno siamo tutti lì), ma ormai mi fido ciecamente.
Non sono un gruppo che gira molto, sono tutti incasinati con una vita in corso, il lavoro, le famiglie, ma quando si mettono a suonare, levatevi da sotto...
Il nuovo lavoro "The Canticle Of The Temponauts", di cui ho avuto il mix quasi definitivo, suona meravigliosamente bene.
Cioè, mi da ancora quella sensazione di avere in mano un Verbatim masterizzato con qualcosa dentro che vale. Un piccolo segreto che hai voglia di far scivolare nel lettore della macchina appena esci.
Una cosa del tipo: si vabeh, divertitevi pure con le vostre fisse del momento, io in mano ho una cosa che se ve la faccio sentire vi spettino.
Poi mi immagino il mondo di notte visto dai Temponauts, in quello studio bellissimo nella campagna piacentina (L'Elfo http://www.elfostudio.com/), dove vanno a registrare una volta messe a letto le faccende della giornata.
Suonano duro sulle Rickenbacker, sul bassone Fender, sulle Epiphone d'epoca, e tirano fuori quelle melodie lì che si appiccicano, come se in formazione ci fossero mezzi Stone Roses e mezzi Byrds. Un piccolo miracolo "decentrato".
Proprio poco fa uno di loro mi chiedeva se il disco mi fosse sembrato nostalgico o revivalista, ma cazzo, no, non lo è! E' senza tempo.
"non ci sono gain sintetici, solo valvole JJs e Celstion a livello di fusione! e infatti ho di nuovo fuso un ampli..." mi ha detto il loro cantante.
Se vi chiedessero come suonano i La's, che cacchio rispondereste? Ecco, se avete capito siamo a posto, non perdiamo altro tempo.
Ad ogni modo il disco dura 40 minuti. Le canzoni sono sempre lì che assorbono il succo delle chitarre e te lo restituiscono insieme alle melodie, è difficile da spiegare, ma ti viene voglia di sentirlo ancora una volta e poi ancora una.
Qua arriva l'inverno e si alza la nebbia, ma senza fare versi i Temponauts imboccano quella stradina di campagna, arrivano in studio e ne mettono su un'altra.
Ora c'è solo qualche piccolo aggiustamento in due o tre brani (così mi dicono). C'è anche una cover di Movin' On dei Novecento, e una traccia chiamata Sueno Real, che viene da Ferlinghetti. Hanno imbroccato anche i titoli dei pezzi (Capitulation Day, Teleported Girl). E hanno qualche bella novità, come "March Of The Martians".
Come al solito, l'ombra di Phil Dick veglia sul Cantico dei Temponauti. Se volete dosi massicce di chitarre jangle, delle 12 corde ben piazzate, qualche suggestione ipnagogica, e un bel disco moderno che ha nostalgia del passato, sapete a che porta bussare. Ma aspettate ancora un attimo, ci sono un paio di livelli da aggiustare. Poi si parte.
Di gruppi buoni che suonano questo genere di cose in giro ce ne sono tanti, che spaccano il capello e rifiniscono in maniera maniacale, ma vi assicuro che autentici come i Temponauts non ce ne sono.
Stasera chiudo la settimana tornando a casa con la mia white label a palla.
giovedì 15 novembre 2012
ho sentito sti tipi che si chiamano Mirella Fa Gli Involtini Col Culo
Post Polemico:
- Marta Sui Tubi
- Valentina Dorme
- Non Voglio Che Clara
- Eva Mon Amour
- Maria Antonietta
- News For Lulu
- ...
finchè un gruppo (specialmente italiano) sceglie un nome di donna, mirando a provocare romantici pruriti, e lo associa a qualche concetto vuoto ma terribilmente "universitario fuori sede", viene fuori una bella cagata.
Siamo seri, come cazzo faccio ad ascoltare un gruppo che si chiama così? Fossero i Giovannona Coscialunga potrei anche buttare un ascolto, ma così proprio non andiamo.
Fine post polemico.
- Marta Sui Tubi
- Valentina Dorme
- Non Voglio Che Clara
- Eva Mon Amour
- Maria Antonietta
- News For Lulu
- ...
finchè un gruppo (specialmente italiano) sceglie un nome di donna, mirando a provocare romantici pruriti, e lo associa a qualche concetto vuoto ma terribilmente "universitario fuori sede", viene fuori una bella cagata.
Siamo seri, come cazzo faccio ad ascoltare un gruppo che si chiama così? Fossero i Giovannona Coscialunga potrei anche buttare un ascolto, ma così proprio non andiamo.
Fine post polemico.
mercoledì 14 novembre 2012
Ho sentito sti tipi che si chiamano The Hippy Mafia
The Hippy Mafia: non li trovate sui blog hipsteroni, non li trovate (ancora) sui giornali. Sono un'entità semi astratta: tra di loro c'è un ex Happy Mondays, ma il gruppo è molto misterioso, e poco viene reso pubblico. Operano nell'oscurità, passando tra uno studio di Manchester e la seconda base in Canada. Hanno fuori un EP chiamato "The Black Beatles EP Vol. 1", e per ascoltarlo dovete dimenticare tutto ciò che vi blocca. I generi musicali, le divisioni, le stupide barricate: negli Hippies c'è l'hip hop, l'atteggiamento hooligan, i ritmi superfunk, il mood rilassato di chi si sente bene solo per strada. Io ho avuto la fortuna di conoscerli già tre anni fa, quasi privatamente, e sono rimasto sconvolto dalla loro credibilità. Tutto va d'accordo con loro: Sly And The Family Stone, la disco music, le serate che in un baleno diventano mattine, le corse con le cuffie a balla, il retrogusto della birra, gli strambaloni della psichedelia, con addosso un bel paio di scarpe da ginnastica comode, dei baggy trousers e nelle orecchie il rimbalzo di un suono completamente meticcio. Album fuori a febbraio 2013. Non dite che non ve l'avevo detto...
Ho sentito sto tipo che si chiama Wally (a cura di Cancio)
...ed ha un'etichetta in Canada, la TheBeautifulMusic.
No, una volta tanto non solo gruppi o cantanti, ma una parte ugualmente importante di questa nostra comune passione, ovvero le etichette e chi le fa andare avanti. Antefatto. Un mesetto fa, giorno più o giorno meno, questo blog muoveva i primi passi e come prima recensione, il buon Fab ha parlato dei Dot Dash. Dopo aver armeggiato con la pagina Facebook del gruppo ed aver sentito un paio di brani, convinto anche da quanto letto qui sul blog, passo al setaccio il sito della TBM ed in men che non si dica ho già ordinato il disco. Procedura che fila liscia e semplice, pagamento via Paypal, tutto quello quindi che si può desiderare da un acquisto online oggi giorno. Pensando a quanto ci potesse mai mettere una busta a viaggiare dall'Ontario alla provincia alessandrina, non nutrivo speranze di poterlo piazzare il CD nel lettore in tempi brevissimi, ma alla fine ci ha impiegato un mese, tempo più che ragionevole tutto sommato. Pochi giorni prima di ricevere la busta, mi son accorto di una mail spedita da Wally Salem, ovvero chi sta dietro alla TBM, che ringraziandomi per il supporto a band ed etichetta, scriveva che mi avrebbe spedito insieme a Winter Garden Light il sampler dell'etichetta (sempre che non avessi desiderato un altro dei dischi a catalogo). “Che gentile”, mi son detto, peccato aver letto così in ritardo la lettera, ormai occhio e croce il pacchetto avrebbe dovuto essere vicino alla meta e così in effetti è stato: dopo nemmeno una settimana finalmente è approdato nella mia cassetta delle lettere. Aperta la busta, trovo ben quattro dischi avvolti in un foglio di carta. Due copie del sampler preannunciato, Winter Garden Light come da attese ed in più anche il primo album dei Dot Dash, Spark>Flame>Ember>Ash , il tutto accompagnato da una lettera, scritta a penna da Wally stesso, dove mi comunicava di aver incluso anche il primo disco, nel caso non l'avessi già e dove prima di salutarmi, mi esortava a fargli sapere, cito più o meno testualmente “qualsiasi cosa mi passasse per la testa”.
Tutto qui ? No, pure la spilletta della TBM !!!
Ormai il massimo che mi attendo (e che non sempre trovo nel pacco) quando compro qualcosa online è una asettica ricevuta dell'ordine: anestetizzato da questa fredda consuetudine, trovare quella breve lettera mi ha fatto tornare indietro ai bei tempi dei dischi ordinati via posta (magari imboscando bene bene i soldi nella busta, in barba ai regolamenti postali) o telefonando a casa di qualche membro del gruppo (e magari parlando con i genitori che ti pregavano di richiamare, visto che il figlio era in turno in fabbrica).
La comodità dei mezzi attuali con l'attitudine che bene o male ci accompagna da quando si ascolta musica.
Bello, no ?
Magari la mail che ho ricevuto è preconfezionata e completata giusto al momento della spedizione con nome ed indirizzo email (e ci sta), ma qui non si scappa, non è certamente “di circostanza” mettersi a scrivere qualche riga a penna sul retro di un volantino promo e mettere nella busta dischi in più rispetto a quanto si era chiesto: rischio la retorica, ma è specchio di (e qui cito il commento di un amico) amore per quello che si fa. Non è cosa da poco, è cosa da apprezzare e supportare!
La e-mail di ringraziamento è partita, ora spazio a carta e penna, la soddisfazione di spedire una mail senza e- davanti dopo tanti anni me la voglio togliere!
http://thebeautifulmusic.com/
(post a cura di Cancio)
No, una volta tanto non solo gruppi o cantanti, ma una parte ugualmente importante di questa nostra comune passione, ovvero le etichette e chi le fa andare avanti. Antefatto. Un mesetto fa, giorno più o giorno meno, questo blog muoveva i primi passi e come prima recensione, il buon Fab ha parlato dei Dot Dash. Dopo aver armeggiato con la pagina Facebook del gruppo ed aver sentito un paio di brani, convinto anche da quanto letto qui sul blog, passo al setaccio il sito della TBM ed in men che non si dica ho già ordinato il disco. Procedura che fila liscia e semplice, pagamento via Paypal, tutto quello quindi che si può desiderare da un acquisto online oggi giorno. Pensando a quanto ci potesse mai mettere una busta a viaggiare dall'Ontario alla provincia alessandrina, non nutrivo speranze di poterlo piazzare il CD nel lettore in tempi brevissimi, ma alla fine ci ha impiegato un mese, tempo più che ragionevole tutto sommato. Pochi giorni prima di ricevere la busta, mi son accorto di una mail spedita da Wally Salem, ovvero chi sta dietro alla TBM, che ringraziandomi per il supporto a band ed etichetta, scriveva che mi avrebbe spedito insieme a Winter Garden Light il sampler dell'etichetta (sempre che non avessi desiderato un altro dei dischi a catalogo). “Che gentile”, mi son detto, peccato aver letto così in ritardo la lettera, ormai occhio e croce il pacchetto avrebbe dovuto essere vicino alla meta e così in effetti è stato: dopo nemmeno una settimana finalmente è approdato nella mia cassetta delle lettere. Aperta la busta, trovo ben quattro dischi avvolti in un foglio di carta. Due copie del sampler preannunciato, Winter Garden Light come da attese ed in più anche il primo album dei Dot Dash, Spark>Flame>Ember>Ash , il tutto accompagnato da una lettera, scritta a penna da Wally stesso, dove mi comunicava di aver incluso anche il primo disco, nel caso non l'avessi già e dove prima di salutarmi, mi esortava a fargli sapere, cito più o meno testualmente “qualsiasi cosa mi passasse per la testa”.
Tutto qui ? No, pure la spilletta della TBM !!!
Ormai il massimo che mi attendo (e che non sempre trovo nel pacco) quando compro qualcosa online è una asettica ricevuta dell'ordine: anestetizzato da questa fredda consuetudine, trovare quella breve lettera mi ha fatto tornare indietro ai bei tempi dei dischi ordinati via posta (magari imboscando bene bene i soldi nella busta, in barba ai regolamenti postali) o telefonando a casa di qualche membro del gruppo (e magari parlando con i genitori che ti pregavano di richiamare, visto che il figlio era in turno in fabbrica).
La comodità dei mezzi attuali con l'attitudine che bene o male ci accompagna da quando si ascolta musica.
Bello, no ?
Magari la mail che ho ricevuto è preconfezionata e completata giusto al momento della spedizione con nome ed indirizzo email (e ci sta), ma qui non si scappa, non è certamente “di circostanza” mettersi a scrivere qualche riga a penna sul retro di un volantino promo e mettere nella busta dischi in più rispetto a quanto si era chiesto: rischio la retorica, ma è specchio di (e qui cito il commento di un amico) amore per quello che si fa. Non è cosa da poco, è cosa da apprezzare e supportare!
La e-mail di ringraziamento è partita, ora spazio a carta e penna, la soddisfazione di spedire una mail senza e- davanti dopo tanti anni me la voglio togliere!
http://thebeautifulmusic.com/
(post a cura di Cancio)
lunedì 12 novembre 2012
Ho sentito sti tipi che si chiamano Spiritualized
...ma sentiti nel vero senso della parola, ieri sera a Milano. Era dal 1997 che speravo di poterlo fare, e per un bel periodo ci avevo anche rinunciato. Stavolta è andata, Jason Pierce c'era e con lui tutto il resto.
Andare a sentire i concerti a Milano mi fa sentire sempre un po' tipo Artemio ne "Il ragazzo di campagna"... bei locali, gente perfetta, tutti tranquilli e incuranti dell'orario, ma questo è un altro discorso.
Jason Pierce dicevo: solo qualche anno fa ha rischiato il pacchetto, nel 2012 ha ammesso di essersi sottoposto a cure pesanti e invasive, e molti dubbi sono stati sollevati sulla sua possibile ripresa, musicale e fisica.
Personalmente, i dischi degli Spiritualized dopo "Let It Come Down" non sono stati imperdibili, ma alla fine li ho presi tutti, perchè ho sempre puntato tutto su Jason Pierce e sulla sua fantasia. "Ladies & Gentlemen" è stata una folgorazione, e non mi sembra di essere presuntuoso a dire che è un capolavoro.
Ultimamente poi sto ascoltando musica abbastanza anaffettiva, e l'argomento Spiritualized mi mette spalle al muro sull'aspetto emozionale: "Lord Can You Hear Me", "Broken Heart", "Out Of Sight", per chi mastica la materia, non sono propriamente canzoni impermeabili a risvolti intimisti...
Tornando al concreto, il concerto ha messo chiaramente sul tavolo un personaggio e una band straordinarie.
Pierce è alto, magro come un chiodo, in forma nonostante tutto. Seduto, di fianco due corpulente gospel singers, una tastiera, batteria, basso e chitarra numero due.
Proiezioni sullo sfondo.
Pierce: davanti alla sua storia ti aspetti un concerto fatto di ballads incredibili, con aperture orchestrali, cori, ampio respiro a bassa velocità.
E invece? E invece la chiave di volta è la violenza: gli Spiritualized di ieri sera sono stati una macchina da guerra, con le canne fumanti di feedback, chitarre massacrate, batterie motorike come presse industriali, jam sessions stellari. Ci sono stati i lenti, due o tre, e nell'intervallo tra uno e l'altro non volava una mosca. Era quasi impressionante sentire lo stacco della canzone il solo il rumore bianco prima dell'attacco dell'altra. Un rigore ecumenico, sostenuto dal gospel spaziale degli Spiritualized.
Ma al Pierce "bianco" del soul siderale si oppone un'anima torbida, torbidissima, ancora infestata dai fantasmi degli Spacemen 3 e dei cassetti pieni di droga.
Vederlo spalancare la bocca, tirare il viso e mostrare i segni del tempo e del passato tumultuoso è stato affascinante come è affascinante il diavolo.
Le due lunghissime e rumorosissime sessions, unite al fragore di brani come "Electricity", hanno mostrato come si fa a fare rumore, cercando la potenza, l'annichilimento, il climax, con un guizzo sadico verso le povere orecchie del pubblico. Come un Sun Ra punk, ai duecento all'ora in un'eruzione di drones, riffs ripetuti all'infinito, luci stroboscopiche e ritmi spietati.
Non esiste al mondo un'altra band come gli Spiritualized, che si mangia in un boccone tutta la nuova generazione di "sballati" da copertina. Non bastano una camicia a quadri e una valigetta di pedali per fare la psichedelia. Gli Spiritualized sono l'essenza dell'anti hippismo: celestiali e infernali, lucidi distruttori di qualsiasi schema precostituito. In loro c'è il caos. Good dope, good fun.
giovedì 8 novembre 2012
Ho sentito sti tipi che si chiamano Fugazi
Si vabeh.
Bella forza.
Questo è un post intriso di amarcord. Ma non solo. Perchè ora ho quasi 40 anni, una bella esperienza di ascolti opposti e variegati. E, dall'alto delle mie maniglie dell'amore, mi sento di poter giudicare (ovviamente a titolo personale) l'operato di questo gruppo che molto ha dato alla mia adolescenza e oltre.
In questi giorni ho ripreso un po' l'ascolto differito dei Fugazi, dopo essermi negli anni allietato le orecchie con le sonorità più disparate (dal britpop al folk apocalittico passando per il dub e la soul music). E sono giunto a congetturare che forse i Fugazi sono stati l'ultimo gruppo "rock" veramente originale.
Sbram! E' arrivato lo stronzo con la verità in tasca e sotto coi discorsi di chi è originale e chi copia manco fossimo Morgan a XFactor. Ma io me ne sbatto i coglioni, perchè so che chi legge ste righe sa cosa voglio dire. Non voglio fare il fenomeno, voglio riportare la parola "originale" - per un gruppo rock - al suo posto. Niente sboronate.
I Fugazi hanno introdotto un nuovo modo di intendere la musica, esaltandone la fisicità e pure la riflessività. I Fugazi hanno conservato una bella carica vitale, ormonale, anche proponendo argomenti sonori non propriamente "villosi". Dopo aver passato anni a dissetarmi di dischi, ora apprezzo le basslines di Joe Lally, che sono vero DUB. Da ragazzino il particolare non l'avrei colto, e nemmeno apprezzato. Le chitarre sono fratturate come la New Wave dei Joy Division, degli A Certain Ratio, una specie di white funk spigoloso e acuminato. La batteria si interrompe e ricomincia come certe follie dei dischi jazz. Magari ce la trovo solo io, ma credo ci sia molta "materia nera" nei dischi dei Fugazi. Chissà cosa ascoltavano, da parte loro, i Fugazi. Ad ogni modo, se tiriamo le propaggini del Punk come una sfoglia fino agli anni 90, i Fugazi da una parte e i Massive Attack dall'altra rappresentano le migliori rappresentazioni del Post Punk, intendendo il termine letterale: dopo il Punk.
Non trascuriamo neanche il fatto che alla fine delle fini, hanno mantenuto anche una discreta condotta etica. Si sono sciolti prima di diventare prolissi. Sono stati "indie" dal giorno uno. Continuano sotto varie forme a spingere il loro sottomondo chiamato Dischord.
Nel baraccone dei primi 90 un po' tutti ci hanno provato con le major. Penso che l'avrei fatto anche io perchè i soldi non sono il demonio e provare ad averne di più non è necessariamente un fatto negativo.
I Nirvana sono diventati un mito interstellare perchè hanno continuato a lamentarsi. Tutti quelli che si lamentano vengono ascoltati. Anche in TV, sui giornali. Chi piange vince.
I Fugazi al contrario sono sempre stati molto dignitosi, ligi al dovere, fedeli alla linea. Fin troppo. Nel 1995 li andai a vedere e provai ad approcciare Ian MacKaye. Lui mi mandò a stendere, senza tanti complimenti: "Now listen to what they have to say", riferendosi al fatto che non stavo a sentire gli Assalti Frontali che stavano suonando sul palco. Sai a me che cazzo me ne fregava degli Assalti Frontali.
Dicevo, i Fugazi non han mai fatto tanti versi, magari non sono stati sti mostri di simpatia, ma, setacciando tutto, quello che rimane sono performances incredibili, dischi belli e un comportamento sobrio, senza piagnistei. Rimangono i fatti, cadono le pugnette.
Acoltare i Fugazi a quaso 40 anni non fa l'effetto di "ascoltare da adolescenti quello che facevano dei tipi una decina d'anni più vecchi". Davanti ai loro dischi anche MacKaye, Picciotto, Lally e Canty non si troverebbero alle prese con imbarazzanti fantasmi di gioventù, ma si troverebbero davanti ad un qualcosa di concreto, di cui andare fieri, che resiste alla prova del tempo. Ascoltare i Fugazi non è stata una perdita di tempo. E non lo è nemmeno ora.
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