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martedì 4 giugno 2013

Ho sentito ste tipe che si chiamano Savages

Tante volte la curiosità per un disco o per un suono nasce da un presunto messaggio che il disco o il gruppo millanta di portare avanti.
C'è stata tutta la generazione della Summer Of Love, poi il Punk, che fece dell'assenza di messaggio il "metamessaggio", poi la menata dei cantautori impegnati, poi ci sono tutta una serie di personaggi che a quel messaggio stanno attaccati per tirare avanti (mi vengono in mente, senza ordine alcuno, gente come Rage Against The Machine, o 99 Posse per volare più basso sul rivouzionario a basso costo).
Ebbene, siamo nel 2013 e detto francamente dei messaggi ne abbiamo anche piene le palle.
Non che cercare di dare un senso alle cose abbia perso di senso, ma è ora di smetterla di fare i Bono della situazione, o di farsi scudo con un antifascismo che garantisce dreadlocks, canne e contributi SIAE. Oppure di subire grottesche maschere da concerto del primo maggio.
Il problema è sottile, e trovare un nemico sui generis è veramente l'ultima delle esche per far abboccare una folla di consunti "alternativi" fuori tempo massimo.
La linea tra buoni e cattivi è sempre più sfocata di questi tempi.
Il problema è molto più localizzato, perchè chi risponde al "messaggio" dei grandi (o piccoli) idoli rock è inesorabilmente condannato a rispondere a comando ad una serie di stimoli preconfezionati.
Quello che mi ha affascinato dall'inizio, per quanto riguarda le Savages, è il fatto che loro si autodefiniscano una post punk band di Londra. Niente voli pindarici. Questo è ciò che sono, e che suonano.
Sulla copertina del loro album "Silence Yourself" c'è una specie di monologo che invita a far silenzio, abbassando il brusio della vita, le tremila distrazioni che per un motivo o per l'altro tendono a distogliere l'attenzione da un pensiero. La radio, le auto, il messaggio sul telefono, internet, la musica diffusa in un centro commerciale, le voci sovrapposte come un robusto tessuto nei luoghi pubblici.
Tutto questo va a sfavore della concentrazione. Quand'è stata l'ultima volta che avete ascoltato un disco nel silenzio più totale della vostra casa? Quand'è che non l'avete fatto dalle casse di un pc, o su un mezzo pubblico con un lettore mp3, o in macchina? Io probabilmente dall'estate del 93...
Facebook, il telefono, il campanello, il frigorifero, l'alternarsi caotico di immagini, discorsi, urla, zapping e stronzate in TV... pensate a quanto sareste più solidi senza dover stressare i cinque sensi per rispondere a tutte le sollecitazioni.
Pensate a quanto sia tutto meno intenso se vissuto in superficie, prestando occhi e orecchie a tutto ciò che gira vorticosamente intorno.
Ho pensato per giorni a questa cosa:
che poi sarebbe il monologo sulla copertina del disco delle Savages.
"Tu sei distratto / Tu sei disponibile"
E poi mi sono messo ad ascoltarlo, questo album. Che è onesto come dire "we're a post punk band from London". Un citazionismo serio, austero, come se il tempo non fosse mai passato. E di fatto una lugubre liturgia new wave è, come sostengo da tempo, un perfetto metronomo a scandire ore del 2013.
Le Savages non regalano sorrisi, non sono particolarmente belle, e vivono di continui rimandi al mondo di Joy Division e Siouxsie. Alla fine "Silence Yourself" è proprio un mix di queste cose: ben fatto, compatto, angosciante, apocalittico.
Il fatto che siano una "all girl band", è secondario, e questo è già abbastanza. Non siamo di fronte all'ennesima riesumazione delle inutili e sguaiate Riot Girls, che innescano un brutto meccanismo di sessismo al contrario. Non sono brave perchè sono donne. Sono brave perchè dicono delle cose, indipendentemente dal contenuto tra le gambe.
E' facile cedere a "Silence Yourself", perchè picchia duro sui nervi, svapora con qualche nota di sax, contrae nuovamente le atmosfere con accenni addirittura heavy metal.
E' la miglior dimostrazione di come la musica possa far passare un messaggio senza cacciarlo giù per la gola. Propugnando il silenzio.
Più sei concentrato, più sei pericoloso. E' per quello che continuano a distrarti.

giovedì 8 novembre 2012

Ho sentito sti tipi che si chiamano Fugazi

Si vabeh.
Bella forza.
Questo è un post intriso di amarcord. Ma non solo. Perchè ora ho quasi 40 anni, una bella esperienza di ascolti opposti e variegati. E, dall'alto delle mie maniglie dell'amore, mi sento di poter giudicare (ovviamente a titolo personale) l'operato di questo gruppo che molto ha dato alla mia adolescenza e oltre.
In questi giorni ho ripreso un po' l'ascolto differito dei Fugazi, dopo essermi negli anni allietato le orecchie con le sonorità più disparate (dal britpop al folk apocalittico passando per il dub e la soul music). E sono giunto a congetturare che forse i Fugazi sono stati l'ultimo gruppo "rock" veramente originale.
Sbram! E' arrivato lo stronzo con la verità in tasca e sotto coi discorsi di chi è originale e chi copia manco fossimo Morgan a XFactor. Ma io me ne sbatto i coglioni, perchè so che chi legge ste righe sa cosa voglio dire. Non voglio fare il fenomeno, voglio riportare la parola "originale" - per un gruppo rock - al suo posto. Niente sboronate.
I Fugazi hanno introdotto un nuovo modo di intendere la musica, esaltandone la fisicità e pure la riflessività. I Fugazi hanno conservato una bella carica vitale, ormonale, anche proponendo argomenti sonori non propriamente "villosi". Dopo aver passato anni a dissetarmi di dischi, ora apprezzo le basslines di Joe Lally, che sono vero DUB. Da ragazzino il particolare non l'avrei colto, e nemmeno apprezzato. Le chitarre sono fratturate come la New Wave dei Joy Division, degli A Certain Ratio, una specie di white funk spigoloso e acuminato. La batteria si interrompe e ricomincia come certe follie dei dischi jazz. Magari ce la trovo solo io, ma credo ci sia molta "materia nera" nei dischi dei Fugazi. Chissà cosa ascoltavano, da parte loro, i Fugazi. Ad ogni modo, se tiriamo le propaggini del Punk come una sfoglia fino agli anni 90, i Fugazi da una parte e i Massive Attack dall'altra rappresentano le migliori rappresentazioni del Post Punk, intendendo il termine letterale: dopo il Punk.
Non trascuriamo neanche il fatto che alla fine delle fini, hanno mantenuto anche una discreta condotta etica. Si sono sciolti prima di diventare prolissi. Sono stati "indie" dal giorno uno. Continuano sotto varie forme a spingere il loro sottomondo chiamato Dischord.
Nel baraccone dei primi 90 un po' tutti ci hanno provato con le major. Penso che l'avrei fatto anche io perchè i soldi non sono il demonio e provare ad averne di più non è necessariamente un fatto negativo.
I Nirvana sono diventati un mito interstellare perchè hanno continuato a lamentarsi. Tutti quelli che si lamentano vengono ascoltati. Anche in TV, sui giornali. Chi piange vince.
I Fugazi al contrario sono sempre stati molto dignitosi, ligi al dovere, fedeli alla linea. Fin troppo. Nel 1995 li andai a vedere e provai ad approcciare Ian MacKaye. Lui mi mandò a stendere, senza tanti complimenti: "Now listen to what they have to say", riferendosi al fatto che non stavo a sentire gli Assalti Frontali che stavano suonando sul palco. Sai a me che cazzo me ne fregava degli Assalti Frontali.
Dicevo, i Fugazi non han mai fatto tanti versi, magari non sono stati sti mostri di simpatia, ma, setacciando tutto, quello che rimane sono performances incredibili, dischi belli e un comportamento sobrio, senza piagnistei. Rimangono i fatti, cadono le pugnette.
Acoltare i Fugazi a quaso 40 anni non fa l'effetto di "ascoltare da adolescenti quello che facevano dei tipi una decina d'anni più vecchi". Davanti ai loro dischi anche MacKaye, Picciotto, Lally e Canty non si troverebbero alle prese con imbarazzanti fantasmi di gioventù, ma si troverebbero davanti ad un qualcosa di concreto, di cui andare fieri, che resiste alla prova del tempo. Ascoltare i Fugazi non è stata una perdita di tempo. E non lo è nemmeno ora.