giovedì 9 maggio 2013

Ho sentito sti tipi che si chiamano Bo Ningen

Non nascondo di essere soggetto ad un certo "esotismo" degli ascolti. Mi fa cacare il concetto leccato e virtuoso di "jazz", così come non sopporto il concetto di "world music". Però non chiudo a prescindere le frontiere geografiche. Se il jazz è è John Coltrane, Sun Ra, o Archie Shepp, benvenuti. Se la world music è Fela Kuti, la Tropicalia, o le Ethiopiques, ok, ben vengano. Sarei rimasto un mostro di ignoranza se non avessi fatto qualche incursione nei nomi di cui sopra.
Ebbene, parliamo di estremo oriente.
Io, come già detto un paio di volte, arrivo sempre tardi. Già Julian Cope ebbe la lungimiranza di studiare e approfondire, col suo Japrocksampler. Ma Julian Cope è il druido.
Io sono uno che scrive software per mangiare e per comprare dischi, e tengo un blog che leggono quattro gatti. Però quando scopro qualcosa di nuovo, mi sento un pioniere, uno che approda in un posto mai visto e rimane completamente sbigottito. E credo che sia un modo giusto di approcciarsi. Non facciamo come quegli italiani che vanno in giro per il mondo e mangiano solo italiano, se mi passate il paragone musicale adattato al cibo.
Insomma, ho scoperto questa band che in Italia credo sia completamente sconosciuta. Non ho trovato nulla in rete a proposito. Loro si chiamano Bo Ningen, sono giapponesi, di stanza a Londra.
Strana storia la loro: molto giovani, si trasferiscono, ognuno in maniera indipendente, dalla terra dei samurai alla capitale del Regno Unito, per studiare. 
Si incontrano, e formano una specie di piccola enclave nipponica. Forse lo stimolo della metropoli, forse chissà che cosa, insomma che decidono di formare un gruppo rock. Molto lontano dagli stereotipi che Londra offre ed ha offerto sinora. Niente cappelli borsalino, jeans stretti, giubbetti di pelle.
Strano albero quello dei Bo Ningen: le radici in Giappone, il fusto a Londra, i frutti nella Germania del krautrock.
Il loro secondo album (quello col quale li ho scoperti) si chiama "Line The Wall" ed esce per una microetichetta londinese chiamata Stolen Recordings, patria di artisti decisamente più hipster.
I Bo Ningen sono piuttosto ostici: prima di tutto c'è da rompere una grossa barriera, ovvero la lingua. Con una scelta piuttosto azzardata, scrivono e cantano pezzi in giapponese. Ai primi 5-6 ascolti sembra di ascoltare la sigla di Mazinga in salsa psichedelica. Confesso di aver passato qualche ascolto in macchina con la radio a cannone a pensare: ma che cazzo sto facendo?
Però è giunto il tempo di uccidere le certezze, come insegna il mondo di oggi. 
Quindi sotto, ascolto su ascolto. 
I'idioma giapponese non è consolante come il solito ripetersi di rime in inglese. E' invero piuttosto minaccioso, con una metrica iterativa, ipnotica, che ben si adatta alle costruzioni ritmiche e strumentali dell'album.
Tutto l'impasto fa un effetto allucinante, detto in senso non ironico: "Line The Wall" suona proprio come un'allucinazione, fatta di ripetizioni ossessive (un po' come fecero i Can di Damo Suzuki, guarda caso anche lui giapponese), strani intrecci di chitarre distorte, basso e batteria a inseguire ideogrammi ritmici indecifrabili. E queste linee vocali a volte trasformate in una specie di grido, che seguitano a sillabare nulla di comprensibile. L'album rimane sempre nel campo (molto) allargato della musica ascoltabile, ma offre sicuramente una prospettiva nuova, non trascurabile. Se è necessario attraversare un continente e mezzo per arrivare a questi suoni, vale sicuramente la pena. 
Senza arrivare agli estremi di Zeni Geva (imperdibili dal vivo), Boredoms, Acid Mothers Temple e compagnia psicotica cantante, oppure all'utrapop di Pizzicato Five e 5678's i Bo Ningen offrono un buon compromesso. Sono assolutamente "alieni", anche se in qualche modo legati alla matrice "rock". Non sono eccessivamente "retromaniaci", e neppure troppo futuristi, rarefatti e senza senso. Diciamo che sono distopici. Come certi romanzi di fantascienza, in cui ti sembra sempre che qualcosa ti stia inseguendo nell'ombra. Molto bene.

domenica 28 aprile 2013

Ho sentito sti tipi che si chiamano The Soft Boys aka collezionare è una cosa seria.

Avete mai visto quei programmi imbarazzanti su DMAX o Real Time, quelli coi disperati che hanno la mania dell'accumulo? Ecco, musicalmente parlando sono murato vivo con blatte e casse di carabattole. Non so bene perchè, ho sempre meno tempo, ma in questo periodo ho un forsennato bisogno di fare pile di roba da ascoltare. Ho comprato almeno una ventina di titoli, ne avrò ascoltati sette, ma è come se ci fosse una guerra alle porte e io avessi bisogno di scatolette di tonno, pasta, acqua. A metà settimana dovrebbe arrivare l'ultima derrata. Poi ho un paio di titoli in preordine.
Poi smetto.
Si, vabeh.

Sabato ho fatto una puntata al mio negozio di fiducia. Ho avuto accesso ad una serie di scatole di CD usati, nel retro.
Ho trovato "Underwater Moonlight" dei Soft Boys. Uno degli avventori del negozio, mio conoscente nonchè persona di gusti sopraffini mi ha mostrato il pollice, magnificando la qualità della ristampa su Yep Rock. Lo cercavo, ma non in maniera compulsiva: l'ho trovato, ad un ottimo prezzo. E' stato destino.
Il disco, di per sè, è un piccolo capolavoro.
Robyn Hitchcock come Alfred Hitchcock, ma per la psichedelia.
Anno di grazia 1980.
Esattamente quello che hai voglia di ascoltare in un weekend lungo con un tempo incerto. La forza di questa band (e in parte anche quella di coevi come Echo And The Bunnymen) è l'approccio totalmente naif alla materia.
Questo è il vero "rock alternativo": non una costruzione perfetta che riproduca che ne so, i Pink Floyd di Syd Barrett o i Beatles di Sgt. Pepper dei 60s, ma una decontesualizzazione (il periodo del post punk) in cui si inseriscono pigmenti quasi casuali, suoni lisergici "sbagliati", fuori tempo massimo con gli originali e troppo in anticipo per i revival. Tutto questo rende "Underwater Moonlight" un disco fresco, sincero, autentico. Niente astuzie, solo urgenza e fortissima ispirazione.
Se non ce l'avete cercatelo, non fate i sofistici sui suoni e imparate a capire quanto sia particolare, bello, colorato, umorale, punk. Rendetevi conto dell'aggettivo "alternativo" nella vituperata formula "rock alternativo".
Dicevo, dev'essere proprio stata opera del destino.
Io ho una specie di deformazione autistica: quando compro un disco (sia esso CD o vinile), se esso porta uno sticker in copertina, io religiosamente ritaglio parte del cellophane dove l'adesivo è appiccicato, e lo conservo gelosamente nella busta interna. Tutte le volte che vedo qualcuno che apre con furia un disco e magari appallottola e getta il cellophane con sopra il bollino "features the hit single blablabla" oppure "the new album by pincopallo", soffro e un po' muoio dentro. Lo sticker è parte del prodotto. Gettare via i bollini è come depilare le sopracciglia...
Solitamente conservo anche i voucher per lo scaricamento delle versioni digitali, le cartoline, i cataloghi delle etichette distribuiti come materiale promozionale all'interno dei dischi.
Forse è ancora sindrome dell'accumulo.
Torniamo a noi: dopo l'acquisto arrivo a casa con la mia copia di "Underwater Moonlight" usata, in CD. La scarto dalla bustina protettiva messa dal negoziante, leggo tutto quello che c'è scritto, e guarda cosa ci trovo:


CD, busta, ritaglio del cellophane in copertina con adesivo, voucher per lo scaricamento del materiale extra.
E' stato destino.
Quello che mi chiedo è: "perchè gli hai voluto così bene, perchè l'hai venduto?".
Ad ogni modo, ora è in buone mani, con etichette e tutto. Io ho capito ogni tuo gesto.

mercoledì 10 aprile 2013

ho sentito sti tipi che si chiamano "psichedelia occulta italiana"

Sono tornato a scrivere, con un anno in più sul groppone. Periodo strano, cauterizzazione degli stimoli, poca motivazione, seria considerazione di lasciare alla storia il mio continuo mormorare su dischi e musica ignorata dai più. E' sempre difficile assecondare uno sforzo inversamente proporzionale ai risultati. Negli ultimi giorni ho però ricevuto un paio di attestati di stima che non mi aspettavo, e per un attimo ho sentito addosso un'importanza che francamente non ho.

Però mi ha fatto piacere sapere che i miei mormorii interessano a qualcuno, che qualcuno si aspetta una mia opinione.
Se uniamo a questo il fatto che sto ascoltando parecchia roba nuova, la somma fa "scrivo un altro post".

Allora, a sto giro parliamo della cosiddetta "psichedelia occulta italiana". Uno scenario relativamente nuovo, un manifestarsi di gruppi e dischi aleatori. Difficile (impossibile?) trovare materiale nei negozi, la distribuzione di questi suoni avviene tramite canali secondari, email, posta. Come se si prendesse il treno di internet, rimanendo però nascosti sotto ai sedili delle carrozze. E questo è solo positivo.

Dicevo, c'è tutto un sobbollire di gruppi, c'è una poderosa produzione discografica (prevalentemente in vinile), c'è un fermento lungo tutta la penisola.

Una notizia buona e una cattiva sulla "cosiddetta psichedelia occulta italiana" (e la chiameremo CPOI, per comodità).

Quella cattiva: tutto lo scenario attinge in qualche modo al passato, il morbo della retromania lascia qualche linea di febbre su tutte le produzioni. Sun Ra, La Monte Young, Magma, Psychic TV, Embryo, Ornette Coleman, il Krautrock tedesco dei 70s, Nusrat Fateh Ali Khan, Pauline Oliveros, Spacemen 3, Fela Kuti: molti dei gruppi appartenenti al movimento mostrano chiarissimi riferimenti agli artisti sopra citati, in un crogiolo etnico-sperimentale che non brilla certo per pionierismo.

Quella buona (che bilancia e porta in positivo quella cattiva): è un fenomeno nato e sviluppato in Italia. E', se vogliamo, una naturale espansione della cosmogonia prog italiana, tradizione che ha preso ispirazione dall'estero e ne ha superato i limiti.

Qui ovviamente non si parla di prog, ma le analogie storiche e temporali sono molte.

La nostra forza è la contraddizione: in Italia c'è la spinta verso le metropoli europee, ma c'è anche un risvolto pagano, un cromosoma mediterraneo che non si può camuffare. La nostra è ancora una cultura fertile, seppur sepolta a livello di superficie. A livello sotterraneo, forse anche grazie all'obbligatorio "downshifting" imposto dai tempi di crisi, c'è una bella tendenza a guardare nel proprio orto, magari allargando gli orizzonti a sud-est, dimenticando l'occidente avvelenato e in declino.

I gruppi appartenenti alla "CPOI" attingono a piene mani ad un immaginario transnazionale, dall'Africa alla mitteleuropa, attraverso quella lingua di terra che è il nostro confine geografico. E dipingono un'Italia magnetica, criptica, incarnata nella natura e nella sua simbologia.
L'estetica delle stesse band è spesso quella di celare, nascondere identità, disseminare l'apparato iconografico di simboli, e fare presa sull'antropologica curiosità di alcuni.

Oppure sul "brivido massonico" che pervade una frangia di hipsters con la fascinazione per l'occultismo, ma questo è un altro discorso, e tra pochi mesi sarà dimenticato.

Ebbene, in breve ho iniziato a procurarmi qualche uscita, e in pratica adesso mi ritrovo ad ascoltare musica totalmente free-form, dimenticando per un po' la canzone e tutto quello che ne consegue.

Mi sento abbastanza a mio agio, soddisfatto sia dalla cura degli oggetti (gli LP, i rari CD, e da ieri anche un fantastico 10" con copertina in alluminio rigido inciso, un bellissimo regalo) che dalla totale libertà del suono.
Senz'altro tra i migliori ci sono gli Squadra Omega, in un certo senso più legati al "rock" (anche se di rock c'è effettivamente poco), duri, precisi, visionari. Poi La Piramide di Sangue (in un certo senso affini alla Squadra Omega, seppur più orientaleggianti), le folli litanie drone degli Eternal Zio (!!!), la concezione afrocentrica propugnata da Al Doum & The Faryds e In Zaire, e l'impatto frontale di gente come i Cannibal Movie (che devo assolutamente approfondire). C'è anche molta altra materia, ma spesso rarefatta, troppo volatile, pretenziosa. Al momento questi nomi mi sembrano i più solidi. E sono anche quelli che mi sono procurato. 

Sicuramente c'è altro di valido, ma non ho francamente troppo tempo per indagare.

Io, come sempre, arrivo in ritardo, e il mio consiglio è di prendere questa scena per i capelli ora, prima che sia troppo tardi, prima che il mercato (sarebbe meglio dire il suq) venga inondato da epigoni, da sovraesposizione, da hype. Il rischio c'è e in questi casi è come aprire il forno con la torta in cottura: tutto si sgonfia e diventa immangiabile.

Tuttavia questo è un segnale positivo, che lancia una speranza per il futuro del "costruire suono" in Italia. Al momento, attraverso etichette come la Black Sweat Records, la Boring Machines, la Macina Dischi, la Sound Of Cobra è possibile mettersi in casa oggetti di culto e suoni davvero avulsi dal concetto contemporaneo di musica.

La chiave potrebbe essere vedere l'Italia sotto una prospettiva diversa, invece di collocarla lamentosamente nel "terzo mondo musicale", è forse il caso di prendere coscienza della realtà e sfruttare questa dislocazione arretrata per riscoprire i nostri caratteri ancestrali, mescolandoli con immaginari musicali meno consueti.
Siate avanti, ascoltate avanti.

domenica 17 febbraio 2013

Ho sentito sti tipi che se non me lo dicevi tu col cacchio che li ascoltavo.

Ieri dopo un'era geologica che non capitava, sono tornato a trascorrere un pomeriggio nel negozio di dischi in cui ho passato molto tempo negli anni passati.
Tornando a casa mi sono reso conto di quanto sono diventato "stupido", musicalmente parlando, a rincoglionirmi su internet a cercare qualcosa di buono da ascoltare, nel dorato isolamento del salotto wireless, piedi sul tavolino, con carta di credito e decine di siti e di outlet digitali davanti agli occhi.
Quante volte, dopo magari una giornata di merda, mi son detto: "stasera mi compro un bel disco nuovo e vaffanculo", e quante volte mi son trovato a chiudere il portatile con la bocca asciutta, i soldi ancora sulla carta e tremila siti e blog aperti nel browser. E nessun disco da aspettare nella cassetta delle lettere.
Ebbene, in qualche modo, stare a casa in pantofole ti fa diventare parte del clustering della rete: sanno chi sei, sanno cosa compri, e ti suggeriscono sempre le stesse cose. Mi piacciono gli Oasis? E allora tutti sotto a suggerirti Jake Bugg, o i Kasabian, o chissà chi altro. Ti piacciono i Chemical Brothers? E allora sotto con tutta l'ultima elettronica-dubstep-glitch sailcazzo...
Su facebook ognuno c'ha i suoi trip, e sulla bacheca girano sempre gli stessi video, dalla band garage ultraimpolverata all'ultima sensazione indie-pop, e spesso gli "amici" sono così mostruosamente prevedibili...
I siti internet parlano tutti degli stessi fenomeni, anche minuscoli, ma fenomeni. Ci sono Pitchfork, Rockit, Sentireascoltare, tutti molto informati e precisi (specialmente l'ultimo), ma tutti così intangibili.
Sembra che i generi, su internet, siano tutti destinati a convergere, alla facciazza della libertà di parola, della rete come mezzo ultrademocratico.
Come se andassi a pescare con una rete a maglie troppo larghe, che la butti per tutta la notte e al mattino la raccogli vuota.
Intanto, sulla barca di fianco magari succedono cose miracolose: ieri, al negozio di dischi, ho sentito almeno 10 nomi di band che non avevo mai sentito, che l'intelligenza della rete e dei cookies che costantemente monitorizzano la mia attività e i miei interessi non hanno mai avuto l'arguzia di propormi.
Ieri da W ho comprato il disco dei Breathless, che non li conosci se non sei veramente dentro a certe cose. Etichetta microscopica, disco uscito in sordina, ma grande qualità, e, soprattutto, centro pieno con "quello che ho voglia di sentire oggi".
Potrebbe sembrare il solito discorso da (quasi) quarantenne che non ha mai accettato fino in fondo il progresso, ma sarà capitato anche a voi, almeno una volta?
E' necessario frequentare gente vera, che i dischi se li compra, che gode se ha pescato il pesce giusto e s'incazza se ha pescato quello che sa di fango, e soprattutto si rende indipendente da quanto esce costantemente dalla rete, così fratturata ma così prevedibile. L'immagine dell'undeground prodotta dalla rete è ignorante, e l'output di uno strumento di marketing studiato per il mainstream e applicato ad un ambiente in cui non dovrebbe funzionare.
Un altro aspetto: e se io avessi anche voglia di cambiare, di tanto in tanto? Se fossi uno di quelli che ha preso il biglietto per i Blur ma che sto weekend ha voglia di ascoltare roba tipo i Death In June?
Non mi sento schizofrenico o ultra-hipster, ma a volte ste sfuriate mi vengono... altrimenti non avrei i Minor Threat insieme ai Baustelle nella mia collezione...
Al negozio, sicuramente c'è qualche disperato che ti capisce, che magari la settimana scorsa ha mandato affanculo i Pastels e si è comprato un disco dei Doom e degli Extreme Noise Terror.
E poi... scartabellando tra la scatola delle novità, non mi succedeva da tempo di pensare "cazzo questi li devo sentire". Credetemi, non voglio fare lo snob, magari poi di tutto sto carrozzone torno a casa con un prevedibilissimo disco dei Buffalo Springfield, ma, ancora una volta, il fattore umano è indispensabile.
E' una piccola cosa, ma vedere come funziona un sabato pomeriggio nel negozio di dischi giusto è ancora vedere come possono circolare libere le informazioni, come sotto la crosta di ghiaccio della crisi ci sia ancora un mondo che non si arrende, e da anni continua a cercare, ad ascoltare e a scambiare.
E' ora di finirla di comprare dischi di merda dopo aver sentito due pezzi scoreggiati dalle casse del pc.
E tutto questo lo scrivo su internet.
Che contraddizione.
Ma io in un equilibrio ci credo ancora.

lunedì 4 febbraio 2013

Ho sentito sti tipi che si chiamano La Fury

La cosa migliore è quando un gruppo ti fa venir voglia di ascoltare un genere (o un non genere) decisamente fuori dalle tue corde.
In passato ho trascorso anche io le mie giornate a sfondare i dischi di Kyuss, Sleep, Monster Magnet e roba così. Giorni lontani, ricordi neanche troppo belli di tutto quello che ci stava intorno, e conseguente abbandono di quel tipo di sonorità.
Poi qualche breve flashback, magari non proprio "a fuoco", tipo quando uscirono i Mars Volta, ma non posso certo dire di avere decine di dischi "stoner related" nella mia collezione.
E forse è proprio per questo che apprezzo il lavoro dei La Fury: italianissimi, quasi vicini di casa, come gli Ziz.
Il loro è un suono molto contaminato: ci sono le chitarre macignose, alla Josh Homme, coi riff circolari e pestoni, ma sono immerse in un contesto meno prevedibile.
Ormai ad ascoltare un disco dei QOTSA sai già quasi dove ci sarà il cambio di tempo, dove si spalmerà l'ennesima filastrocca drogata di Homme.
Il bello dei La Fury è che prendono parte dell'impianto "duro", ma ci ricamano sopra con una grande personalità. Si vede che "ci stanno dietro" con impegno e passione. Se contiamo che il promo che mi hanno passato è stato registrato in presa diretta, beh, non si può dire certo che siano novellini con un'infatuazione momentanea...
Le composizioni dicevo sono molto articolate, nonostante i numerosi cambi di tempo e di atmosfera c'è sempre un impasto melodico che non annoia, e permette di "tenere il segno" senza perdere attenzione. Sono precisi, a tempissimo, spietati sui riff e nitidi sulle aperture. Le chitarre sono spedite, compatte, si intrecciano in modo prezioso ma non pretenzioso. La voce è il tocco finale per un gruppo che sembra avere già una personalità spiccata: non lontana dalla timbrica alla Alice In Chains e capace di variazioni vicine all'hardcore, aderisce sempre ad una personalissima sobrietà.
Il suono dei La Fury, pur essendo sfaccettato e rumoroso, si discosta totalmente da certi ascolti che un appassionato di stoner molto spesso si autoinfligge.
C'è qualcosa che che ti spinge a premere ancora "play", perchè nei La Fury trovi  volume, ma anche spezzature e melodie.
I ritorni dagli episodi più veloci sono sempre appassionanti, diluiti da chitarre quasi pulite, e i cambi di paesaggio sonoro sono ben dosati, mai fini a se stessi.
Forse farò rabbrividire i ragazzi con queste parole, ma i La Fury, pur essendo molto "duri", hanno un cromosoma "pop": niente di commerciale, niente di prevedibile, però c'è qualcosa che ti si piazza in testa, i pezzi hanno un filo, in mezzo ad una struttura tutt'altro che semplice.
E' un po' difficile da spiegare, ma quello che voglio dire lo si capisce ascoltando le canzoni. Fatevi un giro sulla loro pagina facebook o su reverbnation (http://www.reverbnation.com/lafury), e sarà tutto più chiaro. La musica buona deve ricominciare ad arrivare dal basso: i La Fury hanno radici solide e sono pronti a rompere il terreno desertico così caro al loro immaginario.

mercoledì 16 gennaio 2013

Ho sentito sti tipi che si chiamano Ziz

Ziz. Un mostro alato della mitologia ebraica, pare. Ma anche una nebulosa formazione di sballoni proveniente dalla provincia più profonda, quel non luogo dove non succede un cazzo, ci sono solo nebbia d'inverno, zanzare d'estate e birrerie di fortuna in cui finire stanche e noiose serate.
Gli Ziz più o meno arrivano da qui.
E quel che fanno, gioco forza, guarda lontano. Non in termini di chilometri, ma in termini dimensionali. Tanto da non vedere più la nebbia e non sentire più le punture delle zanzare.
Gli Ziz hanno scelto come forma di espressione un mixup tra stoner, elettronica, e krautrock. Un marasma sonoro che appanna la vista e fa gonfiare i bulbi oculari.
In maniera del tutto "naturale" e "agreste"... come fecero i primi Motorpsycho, che pur provenivano da un ambiente naturale sicuramente più suggestivo.
I provinciali fanno tremare il pavimento, e lo fanno per il gusto di farlo. E senza fare troppo clamore.
Non ci sono foto patinate, video professionali che sembrano girati in super8 con le più moderne tecnologie, c'è un EP bello secco di cinque pezzi, vero, materiale, tangibile. Come una volta. E con un bellissimo artwork, oltretutto.
Quest'anno tutti strippano per i Goat, per gli Spacemen 3 e per lo shoegaze.
Gli Ziz dicono la loro, tra vocoder cosmici, chitarrone pesanti, minestroni psichedelici e zaffate stoner.
Conosco personalmente due di loro, e posso dire che il loro è un lavoro di onestà verso tutto ciò che li ha sempre rappresentati: non li ho mai visti calati in altre realtà, o rigiocati in altri ambienti. Loro sono proprio sotto con la psichedelia, nel senso più ampio possibile.
Secondo me questa è una delle prime belle novità del 2013, e il disco l'ha pure registrato un mio amico, qui dietro l'angolo, facendo un gran lavoro di artigianato sonoro.
La diffusione carbonara e l'assenza di copie digitali volatili fanno di "Ever" (questo il titolo dell'EP molto esteso) un oggetto misterioso da cercare e possedere, un "segno del comando" che apre le porte di mondi sulfurei o galattici, a seconda di come sale il trip.
Per averlo mandate una mail, vecchio stile, a zizever@gmail.com.
Per saperne qualcosa di più sulla band (ma non molto, per quello c'è l'ascolto): http://www.facebook.com/zizedelic?ref=ts&fref=ts
Per saperne qualcosa in più sullo studio di registrazione:
http://www.facebook.com/casematerecordingstudio?ref=ts&fref=ts 
Io il primo EP degli Ziz me lo sono preso. Fate girare la voce. Magari al contrario.

venerdì 11 gennaio 2013

Well known pleasures: in search of Joy Division iconography at Staglieno Monumental Cemetery, Genoa

Dunque, domenica scorsa sono stato a visitare il Cimitero Monumentale di Staglieno, a Genova.
Forse non tutti sanno che le statue sulle copertine di "Closer" e dell'EP "Love Will Tear Us Apart" dei Joy Division si trovano proprio lì, a Staglieno. Non credo che sia particolarmente elegante fare foto in un cimitero, ma a Staglieno la questione è diversa. Le statue sembrano quasi chiedere di essere fotografate, sono soggetti solenni con luci perfette.
Su questo argomento ho scritto un articolo, che è finito sul sito inglese Louder Than War.
Lì c'è tutto lo spiegone http://louderthanwar.com/in-search-of-where-joy-division-cover-art-came-from/
e qui ci sono le foto che i miei amici ed io ci siamo portati a casa.
Grazie a Irma, Georgia e Federico per avermi permesso la pubblicazione dei loro scatti.